APPUNTI DISORDINATI IN CERCA DELLA CAMPANIA FELIX

Di ritorno da alcuni giorni di lavoro in Campania provo a raccontarla, anche se è stato difficile e ho avuto molti problemi. Auto noleggiata rotta dopo un giorno che mi ha abbandonato facendomi perdere l’appuntamento più importante con la cantina che più di tutte volevo visitare. Un bed & breakfast che mi fa tribolare per mandarmi la ricevuta. Un aereo e un treno in ritardo, vari cambiamenti di programma. Le luminarie di Salerno appena accese che non ho visto, e non ho visto nemmeno quelle della vicina Baronissi dove la prima sera avrei dovuto fare una passeggiata con le guide dello IAT. Due parti della regione che non ho visitato: la provincia di Caserta a nord ovest, Salerno e il Cilento a sud est, con i loro prodotti ortofrutticoli e alcuni ottimi vini.

Eppure sono andata e tornata felice da questa terra, la Campania felix dei Romani che qualcuno in anni recenti ha chiamato terra dei fuochi. Così hanno deciso i media accorsi a denunciare l’inquinamento di un territorio ricchissimo, a vantaggio della camorra e a svantaggio dei produttori che faticano a vendere i prodotti su un mercato impaurito. Come se l’inquinamento, la camorra e la mafia non ci fossero nel resto dell’Italia. Prosciutto sugli occhi e facili stereotipi da dare in pasto al popolo bue, che non ragiona e pensa con leggerezza alle cose negative del meridione.

Arrivata a Napoli il 21 novembre guardo il calendario, mercoledì 23 novembre è l’anniversario del terremoto in Irpinia del 1980: quella domenica sera vi furono quasi tremila vittime e oltre 200.000 persone rimasero senza nulla, alle porte di un freddo inverno. Poi con la ricostruzione ebbero soldi e fabbriche, posti di lavoro e favori oltre le necessità. Passo per Ceppaloni paese natale di Mastella e provo una strana sensazione di ribrezzo, per un modo di fare politica ancora vivo, ma non solo qui perché tutto il mondo è paese. I miei amici campani che hanno subito il terremoto me lo raccontano ancora con la faccia cupa, le loro storie assomigliano a quelle di ieri e oggi, ovunque. Tutto il mondo è paese. Fine dei discorsi negativi.

Vedo produttori di pomodoro, olio e vino situati tra Napoli, Avellino e Benevento. Oltre al San Marzano DOP vi sono altre varietà che si raccolgono nei quattro mesi estivi, quando in campagna e nelle aziende di trasformazione si lavora a ritmi serratissimi. Poi nei mesi successivi si trasformano legumi e ortaggi. Per il primo pranzo mi concedo una pizza margherita in un paese adorabile dove sono stata vent’anni fa: Sant’Agata sui due Golfi in provincia di Salerno, quasi in punta alla costiera amalfitana. C’è un sole tiepido, la temperatura è eccezionale e i colori della natura, del cielo e del mare sono stupendi. Il piumino non mi serve.

In costiera c’è poco olio, in primavera i fiori sono rimasti sugli olivi e non sono stati fecondati nemmeno quando i produttori li sventolavano per favorire l’impollinazione. Il paesaggio resta stupendo per i visitatori che vengono qui anche a novembre, così tranquilli da intasare le strette strade e farmi andare ancor più piano del previsto. Per fortuna, perché rischio più volte lo scontro frontale anche con un grosso bus rosso, la corriera della SITA, il trasporto pubblico che mi si para davanti a una curva. Inchiodo e faccio retromarcia, per fortuna non ho nessuno dietro di me altrimenti nella mia auto sarei diventata la farcitura di un panino, stretta tra due mezzi più grandi di me.

Per i pranzi successivi mi organizzo con focaccia e taralli così posso passeggiare mezz’ora in paesi stupendi e fermarmi solo a bere un caffè. Ho anche un cestino di mandarini che il cliente di una cantina mi ha regalato. Vengono dal Vesuvio, gli agrumi qui maturano da novembre ad aprile e sono proprio buoni. Che bello questo sud, che belle persone, che bell’ambiente. Tutti i paesini sfoggiano vedute caratteristiche, materiale per il mio profilo Instagram che sarà affollato di panni, porte, fiori e belle immagini stereotipate. Le strade d’accesso al centro contengono negozi e locali mentre nel cuore del borgo, spesso arroccato attorno a un castello, vi sono semplici case e chiese. Guardia Sanframondi in provincia di Benevento mi sorprende per le belle vetrine e i lavori in corso che mi danno l’impressione di vitalità. Taurasi in provincia di Avellino è un gioiellino che mi lascia senza fiato, attraversarlo è un piacere. Tutto intorno vi sono boschi e vigneti che a novembre sfoggiano i colori del foliage, sono fortunata a vederli così. In fondo sono venuta quaggiù per questo.

Il vino si fa in tenute piccole e grandi, produttori storici insediati in antichi palazzi e nuovi imprenditori, affiancati da enologi di grido e da commerciali attivissimi. Producono Greco, Fiano, Falanghina, Taurasi, Aglianico e alcuni vitigni internazionali declinati in vario modo. Passo per Torrioni, Tufo, Mirabella Eclano, Ponte, Torrecuso. Tra l’uno e l’altro apparentemente le distanze sono brevi ma ci vuole mezz’ora in media per spostarsi da A a B. Dopo le ore 16 inizia a fare buio e le strade, devo dirlo, fanno schifo. Non le conosco, rischio di perdermi e i frequenti attraversamenti di cani e gatti costituiscono un rischio ulteriore. Trattenersi in giro oltre le ore 17 non è possibile. Per me è un privilegio visitare le cantine e parlare ai vignaioli per dare – darci l’opportunità di costruire un percorso di agricoltura – viticoltura sostenibile, ovvero rispettosa dell’ambiente. Mi ascoltano e mi fanno ben sperare, mi chiedono di tornare all’inizio del nuovo anno e io con piacere tornerò.

E le città? Salerno mi blocca tre ore in attesa dell’auto sostitutiva. Napoli mi spaventa e ci giro intorno. Avellino di sera non la vedo proprio. La vera scoperta è Benevento: città sannita, romana, longobarda e papale, così sta scritto sul pannello in piazza del Duomo, un gioiello romanico di grande bellezza e imponenza. Accanto c’è l’Università cattolica, dietro il teatro romano con degli scavi archeologici in corso. Dall’altra parte della città, murata come si conviene a un luogo che doveva essere inespugnabile, c’è un altro piccolo gioiello di età romana, l’arco di Traiano. In mezzo botteghe sfavillanti, il locale dell’amaro Strega che si produce proprio qui, una vita brulicante e una trattoria fantastica dove passo una bella serata.

Piccolo spazio pubblicità. Nunzia sta (da novant’anni) in via dell’Annunziata, un vicolo che ha appena lo spazio per una quarantina di coperti, la cucina e un piccolo magazzino di fronte. Ma non ne abbiamo tanto bisogno mi dice, lavoriamo tutto fresco e ci riforniamo giornalmente da produttori locali. Locali sono pure i vini proposti in una carta ricca con il meglio del meglio dell’enologia campana. Annoto tutto, visiterò tutti prima o poi. Sono da sola ma proprio non mi pesa, basta essere discreti e i meridionali sfoggiano la loro bella ospitalità facendomi compagnia dopo avermi fatto assaggiare dei piatti ottimi e un Aglianico del Taburno da paura. Dormo in un boutique hotel di sole dieci stanze, tre stelle luminose alle porte della città vecchia accanto al ponte sul fiume Calore. Si chiama Antiche terme e lo consiglio, anche per la gentilezza dello staff.

Ercolano, la città che si abbina a Pompei nell’epopea della Napoli romana e della tragica eruzione del 79 d.C. mi ospita l’ultima sera alle pendici del Vesuvio. Il ristorante Mezzaluna mi propone un menù di mare innaffiato da Falanghina del Sannio. Poi il mio primo collega del primo lavoro, che abita qui vicino a Torre del Greco, viene a prendermi e mi porta a passeggio al nuovo porto, una moderna marina dove parliamo per un’ora dopo oltre dieci anni che non ci vediamo. Quante storie riassunte in poco tempo, quel che ci è concesso per raccontarci del lavoro e delle rispettive famiglie. Il mio lavoro e la mia vita, per quanto incasinati, mi piacciono perché mi consentono di incontrare e frequentare tante persone. Dormo in un BB dal nome simpatico, il Lapillo, gestito da una coppia carinissima in pensione fin troppo accogliente. Prendetevela calma quando arrivate che hanno tanto da raccontare.

Questa potrebbe essere la Campania felix di domani, purché gli operatori economici e dell’ospitalità siano messi in condizioni di investire, svilupparsi, lavorare in pace e non come se fossero in un fortino con varie minacce esterne. La Campania e i campani con coraggio affrontano condizioni di lavoro difficili a cui non mi abituerò mai, io ho bisogno di altre certezze, di altre prospettive. E le condizioni di vita quaggiù sono lontane anni luce dalle mie, per una notte ho dormito alle pendici del vulcano incombente ed ero agitata e tesa.

Ma è sempre bello e istruttivo venire qui. Quando passavo di qua per lavoro gli amici campani descrivevano la loro vita come una corsa a ostacoli, o con i pesi alle caviglie. Mi hanno raccontato del compaesano che faceva il muratore e quando ha preferito andare a rubare nelle case per un guadagno più facile e meno faticoso, è stato subito arrestato. Era un pesce piccolo e lo faceva per necessità ma non va bene. Mi portavano in giro in motorino senza casco; ora ho rivisto con sgomento questa malsana abitudine, e ancora tante persone che salgono in auto senza allacciarsi la cintura. Come se la vita fosse un terno al lotto, una sfida quotidiana, una lotta continua. Forse lo è davvero per due milioni di persone che vivono alle pendici di un vulcano in attesa della prossima eruzione. Speriamo di no. Arrivederci amici campani e in bocca al lupo!

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VIE D’ACQUA IN VENETO: LA PADOVA MEDIEVALE VISTA DALLA BARCA

Ieri ho fatto un’esperienza bellissima e davvero originale, sia perché conoscere una città a me vicina guidata dai suoi abitanti è sempre bello, sia per la prospettiva che ci ha offerto il nostro mezzo di trasporto lento e placido, la barca Padovanella. Padova Originale è l’organizzazione fondata e diretta dal vulcanico e simpaticissimo Pietro Casetta che, da ben trent’anni, si dedica alla scoperta della città da un punto di vista molto esperienziale e poco accademico. Nulla a che vedere con le visite guidate, che pure io amo, ma un racconto della città vissuto e passionale, assieme alla classica proposta con guide turistiche a cui Padova Originale si appoggia per i percorsi culturali e storici.

Pietro mi ha invitata a scoprire Padova dall’acqua ieri, assieme a quaranta tour operator, giornalisti e guide locali, per chiudere in bellezza la stagione 2016 e prepararci a una stagione 2017 scoppiettante a cui non vedo l’ora di partecipare. Uomo avvisato… Ed è stata una vera scoperta che mi ha aperto gli occhi, una volta di più, sulla secolare simbiosi del Veneto tra terra e acqua.

Abbiamo fatto un piccolo giro con il titolo di Padova Medievale, anche questo molto significativo per la storia padovana in quanto nei lunghi secoli del Medioevo, lontanissimi dalla loro nomea di periodo oscuro, qui ebbero luogo almeno tre vicende storiche di grande importanza. A Padova nacque l’università più antica d’Italia che oggi fa studiare migliaia di studenti da tutta Italia e dall’estero, che ha sfornato scienziati, letterati, matematici, ingegneri e chi più ne ha più ne metta. A Padova operò Giotto, genio della pittura assieme ad altri geni veneti (che si possono vedere in chiese e musei stupendi). Infine a Padova venne a morire Sant’Antonio, portoghese di nascita. La chiesa a lui dedicata è diventata la Basilica del Santo, luogo sacro dove milioni di visitatori da allora vengono da pellegrini, da fedeli, da semplici visitatori curiosi. E queste sono solo alcune cose che succedevano qui nel medioevo, in una Padova abbastanza vicina alla madre Serenissima, a Venezia già ricca e potente, da assorbirne le istanze migliori. Ma indiscutibilmente identitaria nella sua cultura, nell’impianto urbano, nell’orgoglio della gente.

Cosa succedeva nelle campagne circostanti è ancora più straordinario perché nella bassa padovana i monaci benedettini diedero vita e prosperità a una campagna paludosa bonificandone vaste aree e rendendola una terra fertile e ricca, fino ai giorni nostri. Non è bellissimo tutto questo? Se mi concedete ancora poche righe in modalità maestrina non dimentichiamo i fulgidi secoli successivi che hanno plasmato il centro di oggi, la Padova rinascimentale, e il Settecento che l’ha vista avviarsi alla modernità con le Grandi Opere, in maiuscolo, quelle che servivano davvero alla città non come quelle che ci propinano oggi i nostri inetti governanti (!!!). Le opere idrauliche per esempio. Padova è percorsa dal Brenta e Bacchiglione che sono i suoi due fiumi navigabili, ma anche da canali e navigli forgiati dall’uomo proprio nel Settecento per governare le acque e prevenire le piene dei fiumi, ma anche per favorire attività umane che si sono così avviate all’industrializzazione: i mulini sono la prima cosa che ci viene in mente ma ce ne sono altre come la lavorazione della carta, del ferro e della lana. Fine della spiegazione ma se volete non finisce qui, chiedete a Pietro e avrà un sacco di spunti per una visita originale nel bellissimo territorio patavino. Torniamo alla mini crociera di ieri e passiamo al tempo presente. Il nostro piccolo giro dura mezza giornata ed è agevolato da un caldo sole: la cosiddetta estate di San Martino.

Padova Medievale è il titolo accattivante di un percorso che parte e arriva al Bassanello lambendo il centro storico da un punto di vista privilegiato: l’acqua. Io faccio casino col treno da Mestre e maledico le ferrovie fino a tre generazioni addietro ma in qualche modo riesco a raggiungere il gruppo alla prima tappa, il Massimago Wine Tower che è classificato come BB ma non ha proprio nulla del BB. Cugino del Massimago Wine Suites situato in provincia di Verona è firmato da Massimago, una grande azienda vinicola della Valpolicella, che oltre a fare il vino ospita i visitatori in queste due location, una veronese una patavina, due dimore in campagna e in città che sanno sicuramente soddisfare il palato raffinato di ospiti italiani e stranieri. La Wine Tower ha sede nella Torre del Soccorso, una torre medievale che ha visto passare gli Ezzelini e gli altri prestigiosi padroni della città (medievale) ed è stata recentemente trasformata dai proprietari, con le loro mani, in dimora di lusso. C’è una stanza in ciascun piano, un servizio di prim’ordine per ospiti sofisticati, un ampio giardino che spazia dalla riva del fiume (dove la barca è ormeggiata) alla strada di passaggio presso il ponte sul fiume. Si presta ottimamente per eventi privati e cerimonie familiari.

Massimago Wine Tower si presta per noi all’assaggio dei gioielli di famiglia, dalla Garganega al Valpolicellaaccompagnati da stuzzichini sfiziosi che sono l’aperitivo migliore a metà mattina. E poi riprendiamo la barca Padovanella e la via d’acqua, affiancati dal sandalo di VoRaBe, un manipolo di matti guidati da Carlo Cappellari che vogano con una cagnolina a prua. Sono uno più simpatico dell’altro e sono pure bravi, visto che la voga alla veneta non è per nulla facile, come mi spiegava il mio adorato papà. Anche loro scoprono angoli nascosti su queste vie d’acqua ma sono sani perché costringono a spingere, a partecipare; sono silenziosi e sostenibili perché non inquinano, proprio come piace a me. Dal filo dell’acqua vediamo una casa veneziana e panorami dolcissimi, alla volta del ristorante Ai Navigli, altra tappa gourmet dove assieme a un risottino al vino rosso ci fanno assaggiare la gallina padovana. Ce ne racconta la storia nientepopodimeno che il presidente dell’associazione Pro Avibus Nostris. Gente che per lavoro cercavo da mesi, che oggi mi racconta le difficoltà di allevare la gallina col ciuffo per ben 180 giorni ovvero due – tre volte il tempo degli allevamenti industriali. La difficile gestione della catena del freddo che non permette agli allevatori di raggiungere ristoranti lontani più di 100 chilometri dalla zona di produzione. Il passaggio generazionale su cui fiumi di parole son stati spesi nella mia regione, che non è ancora compiuto e che ancora impedisce a questa nobile attività di fare il salto di qualità e di far giungere i pregiati pennuti sulle tavole più nobili, adeguate alla sua qualità e al suo prezzo, preparate a un’esperienza di gusto che nulla ha a che vedere con il pollame disponibile nella distribuzione. Ah, la gallina padovana ovviamente è tutelata dalla chiocciolina di Slowfood.

La Padovanella rientra al Bassanello con una metà degli ospiti. Vi ho detto che appartiene a Delta tour, compagnia di navigazione fluviale che organizza tour eccezionali tra Padova, Venezia e la laguna, ma estende le attività a est sino al delta del fiume Po e a ovest sino a Mantova? Cercatela e lasciatevi ispirare. Vi dico invece con piacere dove consumiamo il caffè.

Sarà banale ma il Caffè Pedrocchi è da secoli un simbolo di Padova e ora che è rinato a una nuova vita, forse diversa da quella passata ma sicuramente più leggera e adeguata ai tempi, è pieno di gente di tutti i tipi. E ci fa il caffè omonimo in tazza: caffè, panna, cacao e menta, una specie di after eight liquido e caldo squisito. Un perfetto saluto, un arrivederci al mio capoluogo veneto preferito, in attesa della mia prossima visita che sarà ancora fatta di acqua e vino. Grazie infinite all’ottimo Pietro Casetta per questa bella scoperta, affascinante, avvincente, arrivederci a presto!

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APPUNTI DISORDINATI A PARIGI PER LAVORO, TERZA PARTE

Mercoledì c’è meno gente sia in treno sia in fiera, come se il grosso dei visitatori si fosse esaurito. E c’è ancora qualcosa che non funziona, la linea Vodafone per esempio, come se milioni di persone fossero tutte impegnate a telefonare. Idem la connessione dati, insomma comunicare è difficile, non mi resta che andare in giro a parlare con gli espositori. Vado in giro e provo ad ascoltare i dialoghi degli altri. Le richieste dei buyer, le ragioni degli espositori, gli aspetti salutistici sempre più importanti. Grassi, zuccheri, sale devono essere pochi e buoni.

Ho già parlato dell’italian sounding? Uno di quei fenomeni che tutti sappiamo esistere, soprattutto noi italiani, e che in una location come il SIAL assume proporzioni enormi. Per me che sono italiana spiace vedere tante imitazioni alla faccia di alcuni sedicenti sostenitori del Made in Italy, secondo cui se ti imitano è perché hai un prodotto di successo. Per me che non ci vedo bene significa a volte perseguire un logo in lontananza per poi trovarsi davanti un’altra cosa. Non volevo infierire e ne ho fotografato solo uno, ma c’è l’imbarazzo della scelta.

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Per restare in tema di creme spalmabili l’olio di palma sta (finalmente) andando fuori moda. Gli agitatori di spauracchi nutrizionali ed ecologici prendono il sopravvento. Io sono più contenta per le foreste equatoriali e i loro abitati che forse tireranno un sospiro di sollievo, ognuno ha le sue motivazioni. Però chiediamoci con cosa andrà sostituito, al di là di risposte semplicistiche come “si farà come prima che fosse introdotto sul mercato”. Qualcuno, magari un mio esimio collega tecnologo alimentare, mi spieghi cosa metteranno al suo posto i produttori che l’hanno tolto dalle ricette e se l’olio di girasole va bene sempre e comunque. Gli stessi produttori sanno che le performance dell’olio di palma sono fino a nove volte superiori a quelle degli altri oli vegetali. Gli alimenti free from hanno un radioso futuro davanti ma tutto ha un prezzo, anche una sostituzione importante ed epocale come questa. Tutto bello tutto buono, ma privo di… grassi, sale, glutine. Un mercato globale infinito e in piena espansione. Ah nei piccoli padiglioni di Indonesia e Malesia non ho trovato traccia di produttori di oli e grassi ma soprattutto di prodotti da forno e snack, belli e colorati…

Tra le tante cose strane esposte in fiera c’è il latte di cammella, direttamente da Dubai, disponibile tal quale o aromatizzato. Ne porto a casa una bottiglietta ma deve avere subito uno sbalzo di temperatura perché all’apertura ha un odore terribile. Dovrò andare a Dubai a provarlo! Mi aspettavo di trovare gli insetti, la nuova frontiera delle proteine facilmente disponibili che mi affascinano tanto, ma niente.

Mercoledì è anche l’ultima sera a Parigi, abbiamo saputo che ieri gli espositori italiani sono andati a una festa organizzata da Fieramilano (ci è arrivata troppo tardi la mail con l’invito), nientepopodimeno che in cima alla Tour de Montparnasse. Non so se mi spiego, che serata abbiamo perso. Prenotiamo allora la seconda serata – un po’ come ai tempi supplementari delle partite – che si tiene in un palazzo vicino alla Tour Eiffel. Sembra un giardino segreto, dove andiamo direttamente senza passare in hotel. Posto stupendo, bella gente e tante chiacchiere con aziende italiane e straniere. Finger food e champagne a fiumi, proprio una bella serata, l’ultima.

Giovedì è la fine, si fa per dire. Lavoriamo trascinandoci come tutti, rincorriamo le ultime persone da vedere, biglietti da visita, dépliant, proiettati sul rientro che però avviene più tardi del previsto e con vari intoppi.

All’andata ho volato con una ragazza che si occupa di cereali, abbiamo parlato del nostro lavoro e ci siamo scambiate i bigliettini. Al ritorno siamo tutti reduci dal salone, facce stanche del Veneto migliore, quello che lavora e produce, che dà senza chiedere… che parla in dialetto mannaggia, per farsi riconoscere o forse per non farsi capire. Meno male negli stand non ho sentito lo slang dei miei compaesani, mi sarei arrabbiata. Ma tutto è bene quel che finisce bene, in attesa della prossima fiera. Con una terza e ultima perla di saggezza postata su Facebook giovedì, che sintetizza la mia presenza qui e il senso del mio lavoro.

Perla di saggezza numero tre – Madeinitaly. All’ultimo giorno della fiera. O meglio Salone come lo chiamano qui. La ricchezza e la bellezza dell’Italia sono sempre più evidenti. E le centinaia di stand piccoli e uguali tutti in fila che ho visitato in questi giorni ne sono testimoni. Di cibo e di bellezza, il nostro territorio infinitamente bello e vario, potremmo nutrire noi come persone e come nazione. Perché ogni volta che usciamo dal nostro paese siamo italiani e siamo tutti uguali senza distinzioni. Nord Sud destra sinistra. Quelle brutte parole che i media usano per farci pensare in una certa maniera. Stasera rientro in Italia con gioia. Il mio Buongiorno di oggi è pieno di orgoglio italiano. Ad maiora et meliora.

 

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APPUNTI DISORDINATI A PARIGI PER LAVORO, SECONDA PARTE

Lunedì proviamo la colazione al bar, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta tra luoghi più eleganti o popolari. Buona la prima in un posto semplice ma con un’offerta non proprio ricca, ci andrà meglio i giorni successivi. Alla Gare du Nord le scale mobili non funzionano così passeggeri in salita e in discesa si incrociano in uno spazio ristretto, tutti di fretta. Essendo ora di punta io lo trovo un filo pericoloso e non c’è ombra di forze dell’ordine, se qualcuno dà di matto succede un guaio. Nel vagone siamo sempre più schiacciati, io amo la città e vorrei viverci tutta la vita ma non sopporto queste situazioni, specialmente quando i mezzi non funzionano. Invece di paragonare Parigi a Milano oggi la paragoniamo a Roma, con aggettivi decisamente non positivi. Nell’alternanza tra stand e visite in giro già sperimentata arrivo finalmente al padiglione uno, dove un tuffo di orgoglio nazionale mi pervade alla vista di centinaia di piccoli stand, scatoline con i loghi di tanti produttori tutti uguali, bordati col tricolore e ricchi di olio, vino, conserve, pasta, riso… What else?

Io parlo dell’agricoltura sostenibile come stile di vita, dell’opportunità di distinguersi dagli altri produttori ecc ecc. ma non assaggio quasi nulla perché attraversando gli altri padiglioni prima di arrivare qui sono già sazia. Al ricco programma di presentazioni ed eventi quotidiani seguono cooking show e mini concerti che chiudono le giornate, ma per il mio innato senso del dovere non partecipo e sto in giro fino all’ultimo. E per gola, invece del buon cibo assaggio vari tipi di junk food come le patatine aromatizzate, i chips che fanno tanto Inghilterra. Cheese & onion. Salt & vinegar. Cheddar cheese e un innovativo Wasabi, li assaggio a uno stand inglese con una hostess italiana, chiacchieriamo (che novità) e siccome le sto simpatica (parole sue) me ne dà un sacco intero. Un sacco di patate, capito? Con cui ci nutriremo nei giorni a venire. Ah ci sono anche i popcorn aromatizzati alla fragola e al cappuccino, ma questo è troppo. La fanciulla mi consiglia una gabola per sedermi nel treno del ritorno: salire verso CDG cioè in direzione opposta al centro città e, dall’aeroporto, prendere il primo treno che va in centro “sicuramente vuoto”. Funziona!! Perdiamo 10-15 minuti per la tratta in più ma che gusto sedersi e vedere a Parc des Expositions la folla che si accapiglia per un posto in piedi! Strategia promossa.

La sera consumiamo una cena veloce sul vicino Boulevard de Strasbourg in un locale che vale per uno happy hour o poco più. La svampitezza della cameriera e la sporcizia generale ci danno modo di notare ed elencare alcuni difetti dei parigini, un popolo speciale simile a una brutta copia del Milanese imbruttito, figura iconica e autoironica con cui periodicamente i milanesi si prendono in giro da soli. Quel che segue è un elenco sintetico di episodi realmente accaduti ma ce ne sono innumerevoli esempi. Per liberarsi da elettrodomestici e accessori ingombranti della casa i parigini non chiamano AMSA o il suo equivalente. Semplicemente li portano giù e tanti saluti. AMSA non è passata nella nostra vietta e per giorni ci abbiamo trovato: materassi, water, mobili. Che sistema è? La signora di pelle bianca si arrabbia con un bimbo di colore di tre anni che sta in piedi sulla poltroncina della metro e fa notare alla mamma che dovrebbe stare seduto (a un bimbo bianco non penso avrebbe detto nulla). I parigini salgono sulla metro e si fermano presso le porte, oppure se sono costretti a entrare verso il corridoio non escono nemmeno quando sono arrivati, per poi sgomitare e brontolare se non li lasciano uscire. I parigini occupano le scale mobili disordinatamente a destra e sinistra e ne insozzano (questo lo fanno tutti) i pavimenti. In generale l’incuria e il degrado pare abbiano avuto il sopravvento anche in centro città. Come a Roma in periferia, lontano dagli occhi di chi detiene il potere.

Una città è meno bella se sporca e trascurata, questo è il mio pensiero ed è un vero peccato per Parigi. Nessuno osi dire che quando c’è tanto da fare è difficile controllare tutto, non ci credo, non voglio pensare che chi governa la capitale non se ne renda conto. Né dei mezzi insufficienti e degli orari inaffidabili scritti sulle paline. Dopo cena la passeggiata digestiva stavolta ci porta in salita fino a Montmartre passando per Pigalle, per un’ora di camminata a passo svelto fino alla scalinata finale che porta al Sacré Coeur tra localini ancora pieni, teatri con file di gente all’ingresso e di nuovo senzatetto che dormono in strada. Io ho sempre più questo pensiero fisso, non posso pensare che debbano stare qui così. Che fare?

Martedì iniziamo con la migliore colazione, un petit déjeuner che non abbandoneremo più: caffè, succo, brioche e mezzo metro di baguette con burro e marmellata. Siamo nel café restaurant di fronte all’hotel, un locale semplice simile a un diner americano, con divanetti in finta pelle e micro tavolini. Oggi il salone fa il giro di boa, inizia la seconda metà. Torno dagli italiani e visito piccoli stand interessanti dall’Asia, Africa e Medio oriente, ascolto le storie di produttori di cui finora ignoravo l’esistenza e sono sempre più contenta di essere qui.

Ma inizio a sentire pure la stanchezza delle ore in piedi e dei lunghi trasferimenti. All’uscita dalla fiera mi ripeto Devo Sedermi. De-vo se-der-mi. Devo… Invece riprovando il giochino del treno in direzione CDG qualcosa va storto, entriamo dalla porta sbagliata e ci soffiano sotto il naso gli ultimi posti a sedere. Quindi oltre il danno la beffa: perdiamo tempo per andare su e giù e stiamo in piedi, stipati oltre ogni limite. Devo fare le acrobazie per reggere la borsa col computer e non rischiare che me la soffino sotto il naso, uno degli sport preferiti dei pickpocket metropolitani. La dame à l’éventail, una signora coi capelli grigi mi ha fregato il posto e per tutto il tempo si sventola col suo ventaglietto. Dentro di me glie ne dico di tutti i colori. Il tempo si è fatto grigio e minaccia pioggia. Molti scendono alla fermata prima della nostra, Stade de France, magari c’è una partita. In stanza trovo il termosifone spento e nessuna presa elettrica buona per mettere il computer in carica. Breve storia triste, fine dell’uso del PC.

Abbiamo la serata libera oggi e io ho in mente di fare un’opera buona, trovo un ristorantino basco vicino all’albergo, mangio sardine al forno con una bella salsina, bevo birra e “subisco” l’inizio di una partita di calcio: sarà mica qui vicino allo Stade de France? Apro il sito dello stadio e compaiono le date dei concerti di Coldplay e Depeche Mode previsti a giugno 2017, praticamente verranno in Francia e poi in Italia, chissà se pure qui i bagarini si sono scatenati per accaparrarsi i biglietti e rivenderli a prezzi stratosferici. Per un mese, fino a novembre, non ci saranno partite di calcio, la tele trasmette un’altra partita: Lione – Juventus. Di solito porto sfortuna nelle partite tra squadre italiane e francesi, dal lontano 2000 quando alla finale degli europei, a casa di amici, secondo loro un mio movimento provocò un cambiamento astrale, e due gol della Francia contro di noi. Me ne ricordo anche stasera. Esco al ventesimo minuto con le due squadre sullo 0-0 e mentre raggiungo la metro a passo svelto sento un urlo da gol. Chi avrà mai segnato?

Non pensiamoci: io ho un pensiero fisso, cercare la famiglia di profughi che due sere fa si apprestava a dormire all’addiaccio presso le scale di Gare du Nord, portare loro qualcosa. Sentirmi utile e fare un’opera buona insomma. Nella metro non c’è proprio bella gente ma procedo a passo svelto e sicuro, purtroppo alla stazione non trovo la mia famigliola, che peccato! C’è però una giovane coppia stesa in due sacchi a pelo, sorrido, li saluto e chiedo se hanno fame. Parlano francese, dicono che non vogliono mangiare nulla allora propongo di portare loro dell’acqua. A un baracchino ne prendo per loro e per me, porgo una bottiglia e anche se non era ciò che mi aspettavo sono contenta nel mio piccolo. Certo che questi due un po’ ci giocano, stanno all’uscita del ristorante e molti avventori porgono loro qualcosa. Solo che io non sono né da mancia né da elemosina, sono lontana dalla carità cristiana in tutte le sue forme. Mi accontento di un piccolo utile dono, riprendo la metro e tornando in hotel mi gratifico con uno shottino di calvados a un baretto frequentato da giovani di varia origine. Poca spesa tanta resa. E una seconda perla di saggezza che mi fa sentire anni luce lontana dalla grandeur francese, dalla spocchia parigina e dalle belle parole di un popolo che a volte crede di essere ancora nell’Ottocento, quando poteva permettersi di fare il conquistatore in giro per il mondo. In vent’anni di lavoro ho frequentato francesi di ogni tipo, ora mi piacerebbe vedere e frequentare solo quelli buoni. Buona notte!

Perla di saggezza numero due – Accoglienza. La quantità di senzatetto accampati sulle strade di Parigi è inquietante. Molti hanno la faccia da profughi anche se mi piacerebbe essere smentita. Famiglie con bambini costretti a dormire x strada che con l’inverno alle porte chissà dove andranno. Inverno qui. Inferno dove sono partiti temo. Che la capitale fosse poco ospitale e accogliente era cosa nota ma questo è decisamente troppo!

 

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APPUNTI DISORDINATI A PARIGI PER LAVORO, PRIMA PARTE

Questa settimana ho lavorato a Parigi per il SIAL, salone internazionale dell’alimentazione, è stata un’esperienza così bella che ancora non ci posso credere. Forse è stata la fiera più bella in oltre vent’anni di lavoro e, anche se sono stanchissima, sono carica di energia e voglia di fare. Mancavo addirittura dal 1999 e pure quella volta era per lavoro, ero salita con due clienti importanti per vedere un’azienda in Bretagna. Passammo il sabato nella capitale francese prima di spostarci in auto verso il mare, poi chissà perché basta.

Fino ad ora, quando mi sono preparata al tour de force della fiera – che di questo si trattava – con la curiosità di una ragazzina di paese che esce dai patrii confini per la prima volta o quasi. Parigi mi ha accolta con la sua bellezza che toglie il fiato (e io con la bronchite mi sono spesso sentita senza fiato), ma anche con freddezza e distacco, ancora meno ospitale di come la ricordavo. Ecco cosa ho combinato in sei giorni pienissimi.

Sabato arrivo a metà pomeriggio, il capo arriva di sera. Alloggiamo in un hotel tre stelle bello situato in una vietta del centro, vicino a Montmartre ma defilata rispetto al boulevard. Mi concedo solo un attimo per lasciare i bagagli e schizzo subito fuori. Cerco una bottiglia d’acqua a un baracchino, sono care infuocate anche quelle non di marca, la bevo camminando. Vorrei arrivare all’Arco di Trionfo a tappe, fermandomi a vedere prima il Palais Royal, poi la piramide di Pei e il Louvre da fuori. Faccio un sacco di foto, con le luci del tramonto che accendono il cielo e le luci elettriche che accendono la città. La gente fa la fila ordinatamente per entrare a teatro, guardo queste facce e le confronto con i cento e passa morti di undici mesi fa tra lo stadio e il teatro Bataclan. Che impressione, avranno avuto anche loro delle facce così, perché no?

Ecco dov’è cambiata Parigi, ha assunto una dimensione umana, quasi dimessa, lontana dalla grandeur di un tempo. Le voci sono brusii, i movimenti ovattati. Da una parte c’è in giro del materiale umano davvero notevole, sembra tutto pulito e in ordine come a Roma nei posti più eleganti. Confronto spesso le due capitali con i loro pregi e difetti e ben presto vedo anche una Parigi trascurata in preda alla sporcizia e al degrado, una brutta parola oggi molto di moda, che coincide con un malgoverno sempre più diffuso e apparentemente inevitabile, a cui gli abitanti fanno l’abitudine. Ma gli ospiti no, almeno io ne sono schifata.

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Ho voglia di mangiare qualcosa di semplice e veloce, che mi faccia sentire a Parigi: un croque monsieur per esempio. Butto l’occhio nei ristorantini. Il croque costa undici euro, la birra 5-7 euro. Non è come lo ricordavo ma pazienza, l’insalata e le patatine di contorno vanno bene. Esco contenta e sazia. Sotto i portici di Rue de Rivoli si trovano botteghe, negozi e hotel di lusso. Abbasso lo sguardo e vedo numerosi senzatetto di varie origini che passeranno la notte qui, giacciono a terra cercando di scaldarsi avvolti in stracci e coperte e mi chiedo come possano essere finiti qui. Provo una pena infinita. Alzo lo sguardo e l’insegna blu di questa bella via mi riporta indietro di ben 27 anni quando ero qui, sempre di sabato sera, con mia sorella e due amiche pronte per passare la serata in discoteca. La Scala si chiamava e ci abbiamo fatto le ore piccole ballando ed ascoltando la splendida musica di fine anni Ottanta. Che flash pazzesco, che ricordi! E come passa il tempo.

Niente arco di trionfo, a Place de la Concorde faccio il giro tutto attorno, saluto con la manina la torre Eiffel e l’arco e rientro in hotel passando per Place Vendome. Tutto è bellissimo e decadente al contempo, mi prendono sentimenti contrastanti. Potrei avere fatto dieci chilometri a piedi, come assaggio non è male.

Domenica apre la fiera SIAL, il Salon International de l’Alimentation che si tiene gli anni pari a ottobre mentre a Colonia, sempre a ottobre, negli anni dispari si tiene la fiera ANUGA. Qui a Parigi ci sono 14.000 espositori di oltre 100 Paesi, il 10% circa sono italiani. Numeri da capogiro, una cosa da fare impallidire Expo e i suoi difensori ma i due eventi non hanno nulla da spartire perché qui entrano solo gli addetti ai lavori per fortuna. Enorme è l’unico aggettivo che la descrive, si trova a Villepinte vicino all’aeroporto CDG – Charles De Gaulle, ci si arriva con la RER B. Dobbiamo fare attenzione a prendere il treno giusto così io e il capo, che sa che io sono “milanese inside”, ogni giorno per gioco facciamo finta di essere a Milano. Gare du Nord diventa Cadorna, la nostra RER diventa la linea rossa… “Vediamo di prendere il treno per Rho Fiera e non andare a Bisceglie”. La fiumana di gente in metro però è molto maggiore di quella milanese, la calca nei vagoni indescrivibile soprattutto nei nostri orari di punta. Arriviamo a destinazione assieme agli altri espositori prima dell’apertura, altra fila e controllo bagagli (tutti i giorni all’entrata e all’uscita) ma per fortuna abbiamo il badge e facciamo prima.

Il nostro stand è al padiglione 7, quello del settore lattiero caseario. Al 6 c’è la carne, al 5 pesce e cereali ma nessuno di questi è esclusivo e molti espositori sono mescolati fuori da questi schemi. Noi stessi forniamo servizi, siamo circondati da produttori di macchinari e laboratori. I giapponesi alla nostra sinistra producono macchine per fare il latte di soia, che offrono ai visitatori e a noi, dopo un po’ mi viene a noia e l’odore che si sprigiona nell’aria non è dei migliori. Quando poi diffondono la musica zen ci viene voglia di dormire! Meno male l’unica donna allo stand indossa uno stupendo kimono rosa e non perdo l’occasione per farmi una foto con lei, omettendo… i calzini bianchi e le infradito nere!

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Metà dello spazio del SIAL è occupato da quattro enormi padiglioni nazionali dove decine di nazioni raggruppano il meglio della loro produzione, spesso supportati da camere di commercio e consorzi, con un occhio di riguardo al territorio e al turismo come volano per parlare delle proprie eccellenze. Apprezzo molto questo modo di presentarsi, è un po’ come viaggiare e lavorare insieme a braccetto con i prodotti esposti, un tripudio di alimenti e bevande tradizionali ed innovativi, impossibile fare un elenco. E io mi muovo curiosa in cerca di aziende che conosco, di nuovi contatti, di facce note che in mezzo a un caos epocale comunque si trovano, ed è sempre un incontro piacevole. Vorrei arrivare al padiglione uno dove ci sono vicini vicini tantissimi espositori italiani, ma il primo giorno a malapena riesco a destreggiarmi al 4-5 (giuro) trovando persino difficoltà a trovare gli stand giusti, a entrare e uscire, a percorrere queste grandi distanze.

A metà mattina devo ricaricarmi e ho varie opzioni, tra cui cercare un tè pregiato. Dall’Asia sono venuti qui in massa trader ed esportatori vari, parlo con cingalesi, indiani (very professional) e due taiwanesi che mi deliziano con un Oolong al 20%, una meraviglia di profumi e una rarità da degustare qui in Europa. Mi lasciano un ricchissimo gadget box. Per il caffè invece sono tentata da Fauchon che costa tre euro e mi fa battere il cuore ogni volta che ci passo davanti, con il suo colore rosa e i lustrini ovunque (pensare che il caffè di Starbucks costa quattro euro) ma mi decido l’ultimo giorno, penso “Ora o mai più” quando il corner in fiera ha già chiuso. Ogni lasciata è persa e funziona uguale la ricerca dello spritz alle ore 17, come mi aveva indicato un espositore veneto. L’ultimo giorno non lo danno, che delusione.

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La ricerca degli espositori di caffè è molto più semplice ed efficace, la frase standard è questa.

Buongiorno voi avete Instagram? Perché se mi offrite un caffè vi faccio una foto e vi taggo”.

Così assaggio e chiacchiero, due minuti eh, il tempo di una foto. E il primo giorno vola via alternando il presidio dello stand e le visite agli espositori.

La sera andiamo a cena con un cliente importante, tra chiacchiere, cibo e vino passiamo una bellissima serata ma alla fine ho un attimo di panico che poi su Facebook diventa una perla di saggezza. Eccola…

Perla di saggezza numero uno – Pregiudizio. Ieri sera al ristorante aspettavo trepidante crème brûlée e calvados. A un certo punto entrano nella sala persone che non vedo bene gridano qualcosa di incomprensibile e penso. Ok addio mondo crudele è stato bello ecc ecc. Invece erano i camerieri con torta di compleanno che facevano gli auguri a un ospite. Ps non mangiavo da anni un dessert così buono.

Il salone continua nel prossimo post, a presto!

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NOVE COSE DA CERCARE NEL CENTRO STORICO DI FELTRE

Via Panfilo Castaldi è una stradina di Milano che unisce piazza Repubblica a Porta Venezia. Un mese fa ho scoperto che Panfilo Castaldi era nato a Feltre così, all’inizio di #Feltreborgoverticale, mi si è aperto un mondo sulla storia di questa deliziosa cittadina. Tra i molti feltrini talentuosi del passato i miei preferiti sono tre uomini che 600 anni fa hanno segnato la storia della cittadina che proprio allora si legava a Venezia. Allo stesso modo tre donne: Eleonora Duse, Caterina Cornaro. Freya Stark (la mia preferita) hanno segnato la storia di Asolo. Trovo molte analogie tra questi due stupendi borghi del Veneto e ho scoperto tante storie tra le pieghe di strade e palazzi, tra le luci delle piazze e sotto i portici. Andiamo dunque alla scoperta di Feltre.

Panfilo Castaldi fu uno dei padri della stampa a caratteri mobili, assieme al più famoso Gutenberg. Operò a Milano presso gli Sforza, per ricordarlo il capoluogo lombardo gli ha dedicato una piccola strada di passaggio in centro. La sua città natale gli ha dedicato molto: il largo omonimo, la biblioteca, la targa sulla casa natale e la statua in Piazza Maggiore. Nel Quattrocento visse Martino Tomitano più noto come Bernardino da Feltre, un frate che aiutò a redistribuire le ricchezze, a prevenire l’usura (una brutta pratica già diffusa all’epoca), ad istituire il Monte di Pietà. Vittorino da Feltre, letterato e pedagogo ante litteram, dopo avere studiato a Venezia e Padova operò a Mantova, alla corte dei Gonzaga. Questi sono solo alcuni dei feltrini famosi che hanno cercato fortuna lontano da casa, presso lidi più accoglienti. La storia ci mostra che nessuno è profeta in patria, questa storia mi è ben nota e si ripete anche oggi, chi ha orecchie per intendere intenda.

Ma torniamo a Piazza Maggiore e alle due statue commemorative di Panfilo Castaldi e Bernardino da Feltre, che si fronteggiano e ci guardano mentre noi ci giriamo a trecentosessanta gradi rapite dalla visuale dei palazzi antichi in stile veneziano. Alzando lo sguardo vediamo la mole del castello di Alboino che fa la guardia alla città. Pensate che è chiuso per tutto l’anno tranne all’inizio di settembre, proprio durante la nostra visita, quando viene aperto ed è affollato da visitatori che accorrono, numerosi e curiosi, per un festival con un nome intrigante: Fuochi fatui. Si tratta di un’incursione artistica e musicale nella storia feltrina, giunto alla quinta edizione e cresciuto insieme alla splendida compagine che governa la città. Al castello per tre giorni si svolgono reading, concerti, mostre e si possono vedere bellissime installazioni multimediali proiettate sulle pareti della torre. L’atelier dove si riproducono le immagini degli abitanti dei boschi è il mio posto preferito. Se l’Om salvarech mi ha sempre fatto paura solo a sentirlo nominare, ora conosco altre figure mitologiche come el Mazarol. Ma la mia preferita è l’Anguana: le anguane sono una presenza costante ai piedi delle Dolomiti venete e friulane. Mezze donne e mezze animali, vivono presso i corsi d’acqua e si dice che seducano gli uomini di passaggio. Io credo invece che siano buone e chiedano solo di essere trattate con rispetto. Non sono streghe e non uccidono. Mi piacerebbe incontrarle in una prossima passeggiata nel bosco, anzi lo spero.

Pensate che al castello siamo arrivati venerdì sera dopo cena, al termine di una giornata intensissima trascorsa nei paesi vicini, a un orario adatto quasi per andare a dormire. Invece ci siamo divertiti e abbiamo conosciuto i giovani organizzatori che, pur lavorando in altre città, mantengono un legame così saldo con Feltre da avere intrapreso quest’avventura in sordina, per poi vederla crescere sotto i loro occhi. In bocca al lupo ragazzi, questi fuochi saranno pure fatui, passeggeri, ma in fondo cosa non lo è?

C’è una terza statua, dedicata al dio della medicina Esculapio, che merita di essere vista a Feltre, ritornata nella sua sede un anno fa dopo un restauro che ne ha rivelato l’importanza storica. Feltre infatti è situata sulla via Claudia Augusta che dalle vicine Dolomiti bellunesi scende a valle, sino ad Altino al margine della laguna veneziana, e sale su fino alla lontanissima Germania. Una via di comunicazione per cui la città è stata vittima di assedi, contese, saccheggi. E che ha reso la sua gente forte, tutt’altro che arrendevole. Tosta diremmo oggi: i feltrini infatti hanno pagato un alto tributo di sangue nei due conflitti mondiali. La statua di Esculapio è collocata all’oratorio dell’Annunziata presso la cattedrale, splende nel biancore del marmo greco, nei suoi due metri d’altezza e in un allestimento che collega Feltre con Aquileia in epoca romana, dimostrando ricchezza e grandezza, già presenti quasi duemila anni fa. Dal primo novembre 2016 la statua dovrebbe essere collocata definitivamente al Museo civico.

In questa passeggiata culturale siamo in compagnia dei volontari del Fondaco associazione attiva sul territorio da oltre 20 anni, che propone itinerari storici e culturali e organizza visite guidate nel corso di tutto l’anno. Diamo uno sguardo alla vicina cattedrale e scendiamo le scale che danno l’accesso a un’altra città, la Feltre sotterranea, area archeologica di mille metri quadrati con oltre mille anni di storia, dove sorgeva il Municipium di Feltria in epoca tardoromana. Gli spazi commerciali sono ben conservati, vi si distinguono mosaici e colonne, strade lastricate, un battistero e delle abitazioni. Un posto bellissimo pieno di fascino.

Storia e cultura si intrecciano per le strade di Feltre, saliamo e scendiamo, entriamo e usciamo. Del resto se il nostro tour si chiama Feltre borgo verticale è proprio perché ci porta su e giù per la città, a volte in angoli nascosti. Un altro posto che ho molto amato è il Teatro della Sena dove mosse i primi passi un gigante della commedia veneziana, Carlo Goldoni. Si trova nel Palazzo della Ragione, vi si accede dall’imponente loggiato palladiano salendo una scalinata. Oggi lo vediamo grande e sicuro, ma ben due incendi lo colpirono. Forse per questo è chiamato “la piccola Fenice”, forse perché progettato e decorato dalle stesse persone che portarono a termine il più grande e famoso teatro veneziano, la Fenice, le cui vicende recenti non sono così diverse. Nomen omen. Il teatro della Sena rimase chiuso dal 1929 al 1971 quando ne iniziò un adeguamento strutturale durato fino a pochi anni fa. Si presta alla messa in scena di opere teatrali e musicali, grazie alla sua acustica perfetta.

Il centro storico di Feltre è tutto un merletto di palazzi rinascimentali, che mi fanno tanto sentire a Venezia. Vi si susseguono case e botteghe, gli abitanti si mescolano ai visitatori che, come noi, camminano col naso all’insù. Dopo aver parlato di tre personaggi e tre statue mi restano da raccontare tre musei, testimonianza ulteriore della ricchissima offerta culturale di Feltre. Naturalmente essi sono collocati in altrettanti palazzi del centro storico. Il Museo civico si trova a Palazzo Villabruna, il Museo diocesano ha sede nell’antico vescovado e infine la Galleria d’arte moderna Carlo Rizzarda, nel Palazzo Bovio Cumano.

Tutti e tre meritano una visita, vi sorprenderanno per la ricchezza delle opere esposte e per il contesto in cui sono collocati. Ho una passione sfrenata per la cultura e l’arte antica ma a Feltre la Galleria d’arte moderna mi ha colpito particolarmente per cui, se dovete scegliere, vi consiglio di iniziare da qui. Si tratta di una pregevole casa museo che ospita capolavori della pittura e scultura contemporanee (raccolte e collezionate dal Rizzarda stesso e donate successivamente alla sua morte) tra cui ricordo Carrà, Ciardi, Fattori, Signorini, Previati tra gli artisti italiani; Schiele, Picasso, Chagall tra gli stranieri. Vi sono poi vetri di Murano, mobili antichi provenienti dall’Italia e dall’estero. Ma qui soprattutto si vedono le arti applicate e il ferro battuto, il lavoro in cui egli era maestro. Testimonianza ulteriore dell’innata abilità artistica locale nel lavorare il ferro.

Carlo Rizzarda produsse centinaia di pezzi unici in ferro battuto ispirati all’arte neoclassica e al liberty, destinati a molteplici utilizzi. In casa mobili e soprammobili ma anche decorazioni, fuori casa per esempio cancelli sontuosi. La sua brillante carriera si sviluppò ancora una volta a Milano (!!!), probabilmente egli ci avrebbe lasciato molti più manufatti, ma perì in un incidente stradale a soli 48 anni, un altro feltrino talentuoso che ha trovato fortuna altrove. Nessuno è profeta in patria, ripeto. Noi continueremo a venire qui invece, perché Feltre è un posto vivo ma tranquillo al tempo stesso, ricco ma che non esibisce la sua ricchezza. Ci piace proprio per questo, nel prossimo post usciremo dalla città e andremo a esplorarne i dintorni. Arrivederci Feltre!

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SARDEGNADENTRO SECONDA PUNTATA, APPUNTI DISORDINATI NELL’ISOLA PER LAVORO

Doveva essere diciotto anni fa questo viaggio di lavoro. Invece il mio capo dell’epoca decise che in Sardegna doveva andare un collega, che caseifici cantine e aziende alimentari dell’isola andavano gestiti diversamente. Anni dopo, e molti capi dopo, ho capito che quel capo e quel lavoro erano perfetti ed ineguagliabili, spanne sopra i precedenti e i successivi. Ora che sono nuovamente soddisfatta dal punto di vista professionale, e per me non è poco, sorrido e mi ritengo fortunata per avere appena trascorso una settimana in Sardegna per lavoro, circondata da persone eccezionali come i miei padroni di casa, che vengono dal continente, e i sardi.

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Pazienza se non ho messo i piedi in acqua, a metà settembre ho portato la pioggia dopo tre mesi di siccità e ce n’era un gran bisogno. Tanto la Sardegna rimane per me un’isola da scoprire dall’interno, lasciando le sue pur splendide spiagge alla massa di visitatori che la invade nei mesi caldi, persone che non so se conoscono un tragitto diverso da aeroporto – mare – alloggio. E non sanno cosa si perdono.

Sardegnadentro ho chiamato la mia curiosità di conoscere l’isola oltre il mare. Ne ho parlato due anni fa quando, proprio in questi giorni, vi trascorrevo una settimana con le amiche raccontata in questo diario.

Perché casomai non lo sapeste su Gamberettarossa ci sono i miei diari sentimentali di viaggio, vicini e lontani, per lavoro e per svago. Come questo. Buona lettura.

Arrivo ad Alghero con un collega per un’ispezione a Sassari, ci fermiamo due giorni poi mi sposto vicino a Bosa, la mia base per ben cinque giorni. Ho appuntamenti con produttori di olio e riso. Alzi la mano chi riconosce la Sardegna come produttore di riso, confesso di averlo scoperto da poco pure io, una bellissima scoperta, dico solo che la varietà Arborio prende il nome proprio da qui. Arborea sotto Oristano è una piana fertilissima dove fervono attività agricole e allevamento, è stata oggetto di lunghe bonifiche ed è un piacere percorrere in auto distese pianeggianti circondate da zone naturali all’apparenza intatte, moderne stalle, paludi punteggiate da grossi uccelli di passaggio, un mare modesto e selvaggio. Le riserie di Oristano si trovano a ridosso del cimitero, in un territorio selvaggio e quasi spettrale che contrasta col traffico del capoluogo. Ho appena il tempo per visitare una chiesetta sul mio cammino, Santa Giusta antica e preziosa al suo interno, scenografica all’esterno.

Purtroppo a settembre è vietato visitare le cantine, le lascio lavorare alla vendemmia e le visiterò al prossimo giro, spero a novembre. Pure per entrare in un nuraghe dovrò aspettare, non ci sono ancora riuscita. In realtà visito una piccola pregiatissima cantina collocata in posizione magnifica sul mare, conosco un vignaiolo superbo, pieno di esperienza e aspettative sulla viticoltura sarda.

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Quando la burocrazia finirà e gli adempimenti amministrativi porteranno via meno tempo ai produttori ci sarà un nuovo impulso per l’economia, è l’unica cosa che chiedono a gran voce gli operatori che ho conosciuto. L’olio sardo per esempio vale solo il 3% della produzione (fatturato) nazionale, gli uliveti crescono in terre aride le cui radici scavano per attingere il nutrimento e l’acqua di cui hanno bisogno, senza irrigazione. Spesso sono ulivi centenari ma non si direbbe a vedere il loro tronco fino e abbastanza affusolato, ben diverso dalle piante che crescono sul continente più grosse e bitorzolute (termini non tecnici). Gli ulivicoltori in queste condizioni fanno fatica per essere produttivi e competitivi anche se dell’ulivo, come del maiale, non si butta via nulla. Volendo è una delle produzioni più sostenibili ma necessita di cure e attenzioni, prima che la famigerata mosca faccia danni come in altre regioni, gestite malissimo, i cui produttori ora sono in ginocchio. Ai consumatori che chiedono etichette con chiare indicazioni sull’origine dei prodotti agroalimentari chiedo sempre se sarebbero disposti ad avere sullo scaffale della distribuzione un olio che parte da 7-8 euro al litro, il prezzo minimo di un prodotto coltivato in Italia e non in Spagna, Tunisia eccetera. Mentre l’olio di solito costa la metà.

Agli amici che mi chiedono se l’agricoltura pulita è possibile rispondo di sì perché ci credo e ci lavoro, ma dico anche di rimboccarsi le maniche quando possono, e lavorare nei campi. Anche solo qualche giorno, per rendersi conto della fatica che ciò implica. Per non parlare dell’allevamento, una vera icona della Sardegna e una risorsa enorme per mantenere vivo e pulito il territorio, come solo san fare i pastori e le loro greggi grandi, bellissime, che non ho mai fotografato ma ho impresse nella mente, come le parole di FP incontrata domenica all’instameet a Santu Lussurgiu.

Sarò sempre orgogliosa di provenire da una famiglia di pastori. Sante parole che dovrà raccontarmi meglio alla prossima visita dove spero di visitare la Barbagia, partecipare alle Cortes Apertas e chiacchierare con lei. Lei che ci ha portato casizolu e fiore sardo, formaggi unici oltre al blasonato pecorino.

A volte penso che vorrei fidanzarmi con un pastore per istituzionalizzare il mio nomadismo ed essere autorizzata a vagabondare. Poi penso alla vita che fanno pastori e allevatori e mi passa la voglia. Mi passa anche la voglia di mangiare carne. A nordest han chiuso moltissime stalle (vedi sopra alla voce burocrazia) e ora solo i macellai vendono carne buona e pulita, forse. Nella distribuzione i prodotti di origine animale (latte, carne e derivati) sicuramente sono controllati, ma hanno filiere lunghe nello spazio e nel tempo che iniziano in giro per l’Europa prima di arrivare sui nostri banchi. Ai suddetti amici che chiedono perché il filetto costa tanto propongo di passare una settimana in stalla, alzandosi prima dell’alba per dar da mangiare alle bestie, pulire, mungere, 365 giorni l’anno. Chi ha voglia di farlo alzi la mano, io per prima non ce la faccio.

Quanti pensieri mi ispira la bella Sardegna. Ho nominato un instameet dove mi sono infilata domenica, forse unica ospite dal continente, in compagnia di amici sardi che prima erano tali solo su instagram. Che fortuna averli visti! E quante cose pazzesche mi hanno fatto assaggiare. Peccato che prima di mangiare – mangia prega twitta diceva il film – gli igers Sardegna abbiano pensato a fotografare tutto in interminabili onthetable, meritatissimi perché alcuni prodotti erano vere opere d’arte. Vedere per credere cosa ci hanno mandato direttamente da Alghero. Giuro che non mi viene voglia di mangiarli, io non mangio dolci quasi mai, ma sono piacevolmente stupita dalla loro bellezza. Che prima siamo saliti fino alla chiesetta medievale dell’ordine dei Templari con le croci di Malta, e che ci trovassimo nella fresca cornice di San Leonardo de Siete Fuentes è un corollario, un dettaglio più piccolo rispetto alla bella compagnia. Grazie amici siete stati una grande scoperta.

Le chiese sono sempre la scusa per esplorare città e paesi, per fare due passi invece di chiudermi al bar in pausa pranzo. Con la scusa delle chiese si fanno sempre delle belle scoperte. Devo averne contate sette, devo averne visitata una al giorno nella mia settimana sarda. Nessuna compete col fascino della basilica di Saccargia presso Sassari vista due anni fa, ma tutte le chiese (soprattutto quelle piccole) sono bellissime.

Il duomo di Sassari, per esempio, la sera è poco illuminato e non si gode per niente. Peccato perché il gotico catalano è una presenza importante nell’architettura sarda. Bonarcado (occhio all’accento sdrucciolo) ha una basilica dedicata a Santa Maria ma francamente io preferisco la chiesetta romanica che le sta accanto. A Dolianova la basilica di San Pantaleo sorge su un ampio piazzale che sembra un giardino, con fiori e ulivi. A Sinnai c’è uno scenario simile.

Cuglieri ha la basilica più imponente che si vede anche a chilometri di distanza, con la cupola luccicante al sole e l’attiguo cimitero, un vero luogo di pace. La fotografo da vicino e da lontano, sulla strada dove un idiota ha ben pensato di appiccare un incendio che ha distrutto tutto. Che vergogna. Tresnuraghes ha la chiesa e la piazza seminascoste nelle vie del paese, ci passo ogni giorno e vi trovo sempre i soliti vecchietti seduti su una panca.

A Magomadas, il paese che mi ospita, la chiesa di San Giovanni Battista segna il centro del paese, me la godo sabato sera in occasione dell’esibizione di tre gruppi corali locali, tra i quali il coro Stella Maris dove canta la mia padrona di casa. Musica sacra cantata in sardo potrebbe essere difficile da capire, invece le preghiere si seguono con leggerezza, come le voci dei cantori che si diffondono in questo piccolo luogo sacro, per poi salire verso il cielo. Cantare è un atto spirituale come camminare. Quando la musica sacra a fine concerto cede il passo a suoni più familiari per me, i canti degli alpini, ho la solita reazione come da un anno a questa parte. Penso a papà che è andato in cielo e scoppio a piangere, una parte dell’eredità del mio papà alpino.

Gli alpini che combatterono la Grande Guerra venivano da tutte le parti d’Italia, anche dalla Sardegna. Emilio Lussu ce l’ha raccontato nel romanzo Un anno sull’altipiano, parte dell’ingente letteratura che dovremmo leggere per pensare agli orrori che la guerra ha prodotto e continua a produrre. Pensavo che solo Signore delle cime mi facesse effetto invece è proprio il contesto che mi induce alle lacrime. Questa è Monte Canino (copio).

Non ti ricordi quel mese d’ Aprile
quel lungo treno che andava al confine
e trasportava migliaia di alpini
su su correte, è l’ora di partir.
Dopo tre giorni di strada ferrata
ed altri due di duro cammino
siamo arrivati sul Monte Canino
e a ciel sereno ci tocca riposar.
Se avete fame guardate lontano
se avete sete a tazza la mano
se avete sete a tazza la mano
che ci rinfresca la neve ci sarà.

Cosa mi manca della Sardegna? Tra tante cose due sensazioni uniche: il profumo e Il silenzio, gli aromi del lentisco e della macchia, la pace di paesi sempre più vuoti. Pensate ancora che in Sardegna si vada solo al mare?

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