MANGIARE BERE DORMIRE A FELTRE, UN PICCOLO TERRITORIO CON UN GRANDE CUORE

Ci sono galline, anatre e oche, una dozzina di animali da cortile che scorrazzano sul prato quando apro la finestra della mia camera al mattino. All’una di notte al mio arrivo non ho visto né sentito nulla, ero circondata da un magnifico silenzio di pace. Ci sono anche due casette per le api e un labrador nero di tre anni, che cerca lucertole tra i cespugli di lavanda.

Il silenzio è d’oro al BB Duck’s Cottage. Se è intitolato ai palmipedi una ragione ci sarà, ma i padroni Wilma e Gianni per mettermi a mio agio alla prima domanda “Poi le mangiate?” mi rassicurano. Noo ci danno le uova, una al giorno, una per ciascuna. Hanno quattro mesi quindi saranno arrivate quassù dopo Pasqua, pulcini appena nati, per crescere naturalmente bene. Lontano anni luce dai ritmi degli allevamenti intensivi per vivere a lungo dove le eventuali minacce sono date solo dai predatori naturali.

Wilma e Gianni mi accolgono nel loro BB con una colazione sontuosa e un sorriso sincero, belle parole che fanno di un breve soggiorno una piacevole esperienza. Genny la labrador (femmina) il secondo giorno si intrufola nella mia stanza per farsi fare le coccole. Le tre stanze di questo delizioso BB sono arredate con colori diversi e piene di soprammobili che richiamano le anatre, tutto è curato ma non eccessivo, qui e là fanno capolino vecchi pezzi d’arredamento di questa che era una casa di montagna, con tanto legno, ed ora accoglie una famiglia e i suoi ospiti.

Ospiti siamo al Duck’s cottage e come tali, con affetto e cortesia familiare, siamo trattati. Alla partenza Wilma mi porge un sacchettino di lavanda: Mettila in auto, è un ottimo profumo naturale. Altro che Arbre magique…

Il primo weekend di settembre ho preso parte all’educational tour Feltreborgoverticale assieme a due colleghe blogger, Valentina Paro di Diarioinviaggio e Monica Liverani di Ideedituttounpo‘.

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E’ stato un concentrato di storia e storie, di paesaggi e persone tutte genuinamente ospitali. L’organizzazione del tour è stata affidata ad Annapaola Cagnan ed Emiliano Oddone. PR lei, geologo lui a cui dedicherò dei ringraziamenti speciali perché se li meritano, assieme ad AITB la meravigliosa associazione di travelblogger di cui noi tre facciamo parte con orgoglio. Per tre giorni ci siamo addentrate nei meandri del ricchissimo centro storico di Feltre e abbiamo curiosato in ville venete convertite a dimore. Siamo venute a contatto con la spiritualità antica della gente che ha costruito chiesette e santuari, luoghi di devozione secolare che ancora accendono la fede.

Per questo penso che Feltre sia un piccolo territorio con un grande cuore. Da secoli, anzi da millenni esso è un crocevia di popoli, un luogo di passaggio che dalla sua posizione strategica ha tratto “qualche problema” (invasioni, incendi e cose così) ma pure dei vantaggi economici notevoli sfruttando le ricchezze naturali e l’operosità degli abitanti. Alcune produzioni storiche sono in parte decadute con l’avvento della rivoluzione industriale, però ora possono guardare al futuro con ottimismo se i produttori riusciranno a dar loro il valore aggiunto che meritano. La lavorazione del ferro e della lana per esempio, che ha dato il nome alla città. Feltro – Feltre vi dice qualcosa? Come la vicina Follina in provincia di Treviso sede di storiche manifatture laniere.

Borgo verticale è un richiamo alla conformazione del territorio feltrino, con i piedi a valle e la testa saldamente ancorata alle mie montagne preferite, forse le più belle del mondo: le Dolomiti patrimonio UNESCO che si ergono come un muro sopra di noi. A meno di cento chilometri il mare Adriatico ci ricorda l’altro legame secolare di Feltre con Venezia, l’unico padrone – se così si può dire – che ha governato per quasi quattrocento anni e ne ha plasmato il centro arricchendolo come fosse un merletto di Burano, con un’impronta veneziana comune ad altre cittadine come per esempio Conegliano e l’attuale Vittorio Veneto, Pordenone e Sacile. Esse contribuirono alla ricchezza della Serenissima dal Quattrocento in poi, soprattutto dal 1492 quando la scoperta dell’America pian piano erose la supremazia veneziana sul mare e costrinse i Dogi a rivolgersi all’entroterra per l’approvvigionamento di beni. Con il commercio del legname, tagliato dai ricchi boschi locali da qui sino al Cansiglio, il Bosco da reme de San Marco, vissero intere generazioni seppure con sacrifici enormi, trasportando i tronchi d’albero lungo il corso del Piave. Con questi legni pregiati i veneziani costruirono palazzi, barche, gondole. Cercate le storie degli zattieri bellunesi oppure leggete questi due libri dell’amico Alessandro Marzo Magno: La carrozza di Venezia (dedicato alla storia della gondola) e Piave (dedicato alla storia del fiume sacro alla patria).

La coltivazione di cereali e legumi venne favorita per nutrire persone e animali, bovini e ovini che ancora sono allevati in moderne stalle e d’estate all’alpeggio. I legumi più pregiati che qui si fregiano della DOP sono il fagiolo di Lamon e il fagiolo gialet, vere perle dell’agricoltura locale. Ma torniamo alla storia…

Frutteti e vigneti vennero piantati e ancor oggi contribuiscono allo splendido paesaggio. Sui vigneti e sui vini potrei scrivere per ore, mi limito a dire che il Veneto non è solo prosecco per fortuna e anzi quassù si coltiva la vite in modo assai più pulito e sostenibile, minimizzandone l’impatto ambientale per tutelare il paesaggio e la salute degli abitanti, con un vero e proprio movimento popolare che punta a coltivazioni biologiche e meno inquinanti possibile. Un movimento che ha tutto il mio appoggio e che altri produttori dovrebbero imitare, al di là delle ragioni del profitto che comunque va perseguito. Per fortuna qui siamo nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.

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Facciamo della passione per il vino e per l’ambiente il vero motivo del nostro operare e credere. Così c’è scritto sulla homepage del sito di Pian delle Vette, la cantina che visitiamo a Pren di Feltre. Già un vignaiolo che ci apre le porte alla vigilia della vendemmia merita il massimo rispetto, ma non solo. Elvio ed Elena ci raccontano la loro storia di imprenditori, emigrati di ritorno da altre parti d’Italia che a Feltre hanno deciso di fare dell’agricoltura un’impresa. L’impresa più bella e difficile al giorno d’oggi. Ma come per le noccioline che essi raccolgono e confezionano da anni, anche quella del vino è una sfida. E la qualità dei loro ottimi vini ne è la prova, con una scelta produttiva che in parte strizza l’occhio alla Francia, e fanno bene, ma che ha come primo obiettivo la qualità del prodotto finito. I nomi di alcuni vini (Pian dei silenzi e appunto Pian delle vette) richiamano questo splendido territorio, ne rappresentano la ricchezza e l’unicità. I vitigni locali e i vitigni aromatici godono del microclima, dei 500 metri slm e dell’escursione termica. Alla vinificazione in acciaio segue l’affinamento in legno. Provare per credere!

Quando andiamo a tavola assaggiamo diversi vini e proviamo la cucina locale, un connubio eccezionale di mare e terra che l’oste ci racconta a ogni occasione. Come alla Colombina che ha fatto una scelta fusion… ma non come accade in certi ristoranti di Milano! Dal matrimonio tra Feltre e il Giappone è nata una bellissima famiglia, e nascono piatti pazzeschi che assaggiamo all’ombra di una pergola. Osteria Colombina da Saki e Simone si chiama, si trova a Canal poco lontano dal centro, quando al ritorno ho visto il cartello mica la riconoscevo… Sarà per gli assaggi che ci hanno inebriato? O per il cocktail d’apertura che per noi era un Hugo ma con un ignoto ingrediente segreto? O per la graspa de troi fatta in casa che Simone ci ha fatto assaggiare alla fine del pranzo? Non so…

Altrettanto moderna e coraggiosa è la scelta di abbinare la cucina alla musica e all’arte, all’unisono direi con un gioco di parole per nulla casuale. Unisono Jazz Restaurant & Café è nientepopodimeno che in Piazza Maggiore, il cuore e il salotto di Feltre, e si può visitare dal mattino alla sera, come abbiamo fatto noi. Il tagliere di formaggi e conserve con cui abbiamo iniziato la cena era notevole, i piatti idem, a Valentina e Monica ho fatto conoscere un ottimo Incrocio Manzoni che rimane una chicca tra i vini veneti, nonostante sia ancora poco conosciuto fuori regione. Unisono è anche scuola di musica, ospita attualmente una mostra di fotografie dedicata a questo particolare genere musicale.

E non è finita. Osteria alla Cuba ci accoglie senza nessun riferimento caraibico, ma della sana cucina veneta incluso ottimo pesce e il tipicissimo schiz, formaggio con polenta che qui si potrebbe assaggiare anche a colazione. L’atmosfera è tranquilla pur essendo sabato sera, persino le fanciulle sedute accanto a noi, agghindate evidentemente per un addio al nubilato, non eccedono con gli schiamazzi.

Posso dire che sono di parte? Maresa e la Gioi sono le mie ristoratrici preferite a Feltre, ecco l’ho detto.

Osteria Crash è il locale che si incontra all’inizio della salita in centro storico, appena oltre la porta. Maresa dovrebbe raccontarci la sua storia invece ci guarda con la diffidenza di chi non ci conosce allora noi tre, come sempre, ci presentiamo come blogger di viaggio appartenenti all’associazione AITB ecc ecc. Poi viene il suo turno, ne esce il racconto di decenni d’impegno sociale e ricerca di condivisione, di rottura degli schemi a suo tempo e di ricerca d’equilibrio oggi. Lo stesso equilibrio che Maresa mette in cucina e nella sala del suo bel locale. Quante cose si imparano parlando con questa gente!

Da Gioi invece, al ristorantino di Lasen che è scritto con un diminutivo solo perché siamo in Veneto, si chiacchiera a ruota libera scoprendo un altro pezzo di storia feltrina, uno spaccato delle industrie alimentari che non sempre hanno superato la crisi. La Pedavena è una delle fabbriche che ce l’ha fatta cambiando casacca, rischiando di chiudere dopo l’acquisto di una multinazionale. Ma a Pedavena, siamo sempre lì, si sono opposti e sono riusciti a far ripartire produzione e occupazione. Facevano e fanno la birra. La Gioi ci ha lavorato trent’anni ed ha trasformato la fine di questa pur grande esperienza nell’occasione di mettersi alla prova, per sé e per gli altri, ai fornelli. Da otto anni cucina quattro giorni a settimana in un locale stupendo fuori e dentro, che mi chiedo perché non possa tenerci anche a dormire (non vi dico il sonno postprandiale). La sua è una cucina di ricerca degna di uno chef stellato, guardate il mio piatto preferito, uno spaghetto di patate con crema di curcuma e tartufo.

Non so se lei si definisca una cuoca, di certo è brava e accogliente nonché ottima affabulatrice. Le regalo il mio libro di cucina, un testo tecnico per istituti alberghieri di cui vado orgogliosa, a dieci anni e più dalla pubblicazione. Le scrivo una dedica di getto che dovrebbe riassumere il nostro incontro. Non la legge subito ma la sera vedo che sul suo profilo instagram l’ha ripresa, piccole cose che fanno piacere a tutti. Dovremmo finire il pranzo alle 14 ma ci alziamo alle 17. E il mio programma domenicale va a farsi benedire. Poco male.

Le persone fanno i luoghi e spesso fanno la differenza rendendo un’esperienza unica. Certo che a Feltre è stato tutto perfetto, io Valentina e Monica abbiamo fatto un sacco di cose (nonostante i miei ritardi agli appuntamenti!!) tranne forse camminare e svolgere attività all’aria aperta per le quali spero ci sia un’occasione di tornare. Abbiamo scoperto questo piccolo territorio dal grande cuore, siamo state bene in buona compagnia.

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Allo stesso modo le persone che governano possono rendere un posto più bello come a Feltre, cittadina di 20000 abitanti che ha intrapreso un percorso di democrazia partecipata, innovativo e impegnativo per chi la governa e per i cittadini che sono chiamati continuamente a interagire con le istituzioni per gestire la comunità insieme. Hic manebimus optime direbbero i romani, tra i primi ma non i primi abitanti di Feltre. E la storia di #Feltreborgoverticale continua.

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SACRIFICI, SIMBOLI, SOLDI, STEREOTIPI, SUCCESSO

In Romania la ricchezza dei centri urbani contrasta non poco con lo stile di vita semplice della campagna, dalla quale però molti giovani scappano in cerca di migliori condizioni economiche, in tutta Europa inclusa la nostra Italia. Se vedete un’auto targata IS o VS viene da qui, Iasi e Vaslui. Nella mia ingenuità pensavo di trovare tante auto vintage nello stile dell’Europa dell’est quindi il primo giorno di viaggio mi sono affrettata a fotografare una Zastava gialla, ferma al distributore di benzina. Nulla di più sbagliato, ne ho contate solo quattro in tutta la settimana mentre la maggioranza delle macchine sono più belle e più nuove della mia (vecchissima) Seat Leon.

Le auto sono uno status symbol nella migliore mentalità di provincia. Le amiche di Milano mi criticano ancora perché guardo queste cose, ma dal punto di vista sociologico trovo molto interessante studiare come la gente spende i soldi per dimostrare che ce l’ha fatta, che ha migliorato la propria condizione economica. In tal senso la campagna rumena pullula di auto tedesche: le più rappresentate sono Audi e Mercedes ma ho visto pure tanti Suv. Addirittura in città, quando mi chiedevo dov’era la mitica Porsche Cayenne, ecco che se n’è palesata davanti a me una nuova, bianca, fiammante… con targa italiana. Iniziava con EF (sono abbastanza autistica da memorizzare l’inizio delle targhe) quindi è del 2012, chissà se è di un italiano o di un rumeno. Il confine delle immatricolazioni a dire di molti è labile a causa del diverso regime fiscale e dell’osmosi, ancora intensa, di lavoro tra i due Paesi. Ci sono italiani che girano su auto con targa rumena perché conviene, ci sono rumeni che la comprano da noi e ci vanno in giro, ci sono truffe da ambo le parti, furti simulati, assicurazioni che rincorrono proprietari morosi ecc. Insomma tutto il mondo è paese.

Peccato che i rumeni godano – diciamolo – di una pessima fama in Italia, solo in parte motivata. Stereotipi duri a morire. Non intendo elencare le malefatte di cui molti italiani li accusano ritenendoli responsabili a torto o a ragione di vari crimini. Io mi ritengo fortunata e a chi snocciola le proprie brutte esperienze, perché di questo si tratta, ricordo i cartelli sugli italiani che pochi decenni fa erano appesi fuori dai locali dell’Europa centrale dove i nostri connazionali emigravano, fuggendo da situazioni ben peggiori. Qui non possono entrare i cani, i negri e gli italiani. O qualcosa del genere. Meditate gente, anche quando andate a votare.

In viaggio osservo il mondo attorno a me, dalle auto agli altri mezzi di trasporto. Ora che sono tornata snocciolo orgogliosa i dettagli del mio bellissimo viaggio slow in Romania nel quale ho provato tutti i mezzi possibili: pulmino, bus pubblico, calesse, furgone (guidato da me!!), aereo, autostop!

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Mancano le due ruote, che nella campagna rumena sono utilizzate davvero poco. Andare in bicicletta non è affatto comune, la moto costa e se girano ancora tantissimi calessi trainati da cavalli è proprio per il loro favorevole rapporto costo – beneficio.

Spero di tornare presto in Romania, perché a casa di Maria sono stata proprio bene. Chissà se qualcuno vorrà seguirmi nella prossima avventura: occhio che viaggiare ventiquattro ore sul pulmino è davvero faticoso, ma il viaggio merita! Non finirò mai di ringraziare la famiglia stupenda che mi ha ospitata con calore e discrezione, gentilezza e apertura, in un’atmosfera di sincera amicizia e gioiosa condivisione con grandi e piccini. Senza dimenticare i numerosi animali, parte integrante della fattoria. Sentirci ora sui social è la degna continuazione del viaggio, sono sicura che vedere le foto su Facebook faccia piacere, a loro come a me.

Maria grazie. Multumesc, e arrivederci presto. Anzi La rivedere!

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LA CITTA’ E LA CAMPAGNA ATTORNO A IASI

La famiglia che mi ospita sta in un paese a metà strada tra Iasi e Vaslui, due ricche città situate a pochi chilometri dal confine moldavo, un confine relativamente nuovo rispetto alla storia degli ultimi 200 anni. Non c’è povertà né tanto meno miseria, ci mancherebbe: in campagna si produce quasi tutto ciò che serve per vivere, per fortuna perché gli stipendi e le pensioni erogati dallo Stato sono davvero bassi e per questo la gente emigra. I Moldavi sono di qua e di là dal confine, uniti oggi come in passato quando Romania e Moldavia erano un’entità unica. Avrei voluto sconfinare fino a Chisinau ma ho preferito un più semplice trasferimento nella capitale rumena Bucarest, dove ho passato il fine settimana prima del rientro in Italia. Bessarabia è il suo nome antico che però non usa quasi nessuno, a tal proposito consiglio di leggere il libro di Gad Lerner Scintille e, come hanno fatto altri intellettuali ebrei, rappresenta la ricerca delle proprie radici dopo lo strappo tremendo della Shoah.

La Moldavia è una nazione giovane che esiste sulla carta e, nella vita della gente, si mescola alla storia russa recente, mentre altre nazioni come la Transnistria hanno un’identità negata e sulla carta non esistono. La Bucovina di antiche memorie mi chiama: il capoluogo Suceava è solo 150 chilometri sopra di noi, la visiterò al prossimo viaggio. Di Vaslui vedo ben poco andando in stazione, Maria mi fa notare che c’è abbastanza lavoro qui da non rendere necessario emigrare, buon per loro. Wikipedia dice che è arrivata a quasi 100.000 abitanti grazie al suo recente sviluppo industriale. Il centro storico appare ricco e curato ma non ha sicuramente l’aspetto della storica capitale moldava, Iasi, a cui dedichiamo una giornata di visita.

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Capitale di fatto della Moldova, Iasi è una città di 350.000 abitanti stupenda, con architetture di varie epoche dal Quattrocento in poi, inclusa la facciata della stazione ferroviaria dove spicca un neogotico scopiazzato dal Palazzo Ducale di Venezia che Maria mi fa notare e mi lascia di stucco! Dalla stazione dei bus passeggiamo per il centro, fermandoci qua e là a vedere un negozio di scarpe, una caffetteria, un centro commerciale, ora su strade trafficate, ora su viali pedonali pieni di negozi e ristoranti su cui si affacciano l’uno dietro l’altro il Teatro nazionale e i cinema, segno di un’intensa vita culturale. Dei vari hotel il più sontuoso è l’hotel Traian, delle cento chiese tra le più belle è la chiesa dei Tre gerarchi che all’esterno sembra un merletto e all’interno è affollata dai fedeli, in fila per toccare le reliquie di Santa Parascheva molto venerata in città. Nelle chiese ortodosse si entra facendosi il segno della croce diversamente che nel rito cattolico, la messa della domenica è diversa e dura fino a 4 – 5 ore. Vi sono parchi e giardini curati pieni di fiori, con statue che ne celebrano i principali personaggi tra cui l’unificatore della Moldavia, Alexandru Ioan Cuza.

A Iasi ci sono sette Università tra cui la più antica della Romania, palazzi ricchissimi (come il Palazzo della Cultura che ospita il polo museale della città) paragonabili a quelli che ho visto nella ricca Germania. Iasi ha tutti gli ingredienti per avere un radioso futuro così come ha avuto un grande passato fatto di rapporti commerciali con Paesi vicini e lontani (nonostante ci siano state guerre di potere in varie epoche). E – miracolo – ha pochi turisti che si mescolano con i locali senza far rumore, quindi per me è bella di suo perché ci tiene o meglio sa di essere una bella signora da ammirare e godere. Circondata da sette colli è per questo paragonata a Roma. Prosperità, tutela quasi spasmodica della sua storia passata e proiezione nel futuro sono i sentimenti che mi lascia la visita.

Non vedo la sinagoga né i ricordi della fortissima comunità ebraica che per quasi 500 anni ha contribuito alla prosperità di Iasi. Gli ebrei, sia ashkenaziti sia sefarditi, furono sterminati dalle persecuzioni naziste durante il regime di Antonescu, nel pogrom di Iasi istituito nel 1941 morirono quasi 15.000 persone. Al massacro di Iasi seguì quello di Odessa in Ucraina, ex Russia, un’altra città che ho tanta voglia di visitare. Leggere le opinioni sulle cause e gli effetti dei conflitti del ventesimo secolo è tanto interessante quanto complicato.

I dintorni di Iasi sono costellati da monasteri, il più vicino a casa si trova nella riserva naturale Movila Lui Burcel ed è dedicato a San Costantino e Sant’Elena. Sorge sul luogo di una leggenda che ha per protagonista Stefano il Grande storico signore della zona, è stato recentemente restaurato dopo che un fulmine aveva causato un incendio e la sua totale distruzione. Ha una vista tutto intorno che spazia a perdita d’occhio, eccezionale. Nell’età del ferro, epoca a cui risalgono i primi insediamenti locali, questo sito dominava la vallata ma non era visibile dal basso. Strategia e saggezza antiche, comuni a tanti popoli del mondo.

E la campagna? Ci passo quattro giorni rilassanti fatti di passeggiate, cibi genuini e incontri con i vicini, amici e parenti a cui la famiglia di Maria vuole bene, a cui cerca di fare del bene secondo le proprie possibilità, il mutuo aiuto come una volta, mentre in città abbiamo perso questo rapporto così come abbiamo perso il gusto per le cose buone a favore di alimenti e bevande industriali. Qui si beve un grappino PRIMA di ogni pasto, colazione compresa, fatto in casa o con le vinacce o con le prugne. Ha funzione rinforzante e disinfettante, si brinda con quella magica parola rumena che è Norok da non confondersi col nostro Cincin che dev’essere un insulto… Bunicu e Bunica sono i nonni di famiglia, i genitori di Maria che quando li andiamo a trovare in auto poi ci riportano a casa sul loro calesse trainato dal cavallo. A 82 anni stanno abbastanza bene “anche grazie alla grappa”. Quando chiedono cosa ci faccia io in Romania Maria racconta la mia storia iniziando sempre con questa frase: Bunica muriò, la (mia) nonna è morta e sono venuta qui a trovarli. Mamaia è invece il nome affettuoso con cui i nipoti chiamano Maria, una via di mezzo tra mamma e nonna (giovane). Tata è il papà, quando bunicu e bunica mi chiedono di Tata mi commuovo nel dire la verità. Tata muriò, (il mio) papà è morto e lo penso sempre qui, sperando che mi veda e mi protegga quando sono in giro.

Le colline intorno a noi sono coltivate a rotazione. Cereali legumi prato, ad agosto c’è molto mais, bellissimi girasoli, alberi da frutto (noci, mele, pere). Il grano è già stato raccolto. Più su si coltivano le viti che danno ottimi vini, a casa beviamo il vino della casa più che dignitoso. Come una volta. Appena questa fetta di Romania (seppure un po’ defilata) fatta di dolci colline e piccoli campi svilupperà una vocazione turistica, diventerà ancora più bella. Per me assomiglia alla Toscana autentica o all’Italia centrale di 30 – 40 anni fa. Quando i Romeni ci penseranno avranno un buon motivo per rimanere qui e noi con piacere andremo a trovarli.

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DAL PARRUCCHIERE A BUCAREST

Vi risparmio le insegne Armani, Gucci, Max Mara e le vetrine luccicanti delle catene di hotel cinque stelle lusso che si alternano nei viali del centro di Bucarest, mi fanno tristezza anche se mi rendo conto che servano. Molto meglio gli hotel, pretenziosi o meno, che punteggiano angoli più nascosti. Ristoranti e caffetterie seguono lo stesso schema e in tal senso io sono meno coerente: in due giorni ho preso un caffè da passeggio al minimarket e due caffè da altrettante catene. Essere Starbucks addicted è una colpa, come mi fanno notare in Italia e come mi hanno detto qui. What a shame, proprio queste parole, ma è così, continuo a cercare la medusa verde e nera, in Calea Victoriei non avevano la tazza, peccato perché avrei preso pure quella per la mia collezione.

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E il parrucchiere? Ho imparato la differenza tra frisor e coiffeur (M/F), mi sono imbattuta dapprima in un parrucchiere figo e carissimo, poi per fortuna ho trovato quello giusto ma non mi voleva accogliere a metà pomeriggio di sabato (poi ha detto ok). Non sapeva che avevo metà euro e metà lei per pagarlo, ha fatto il suo lavoro con lenta dedizione parlando un po’ con me – del bellissimo concerto di Rihanna per esempio – e intrattenendo un vecchietto che pensava di farsi una rifilatina alla testa e passarmi avanti (ma non ho voluto). Bellino il giovane parrucchiere, moro e con una banana ben arricciata sul davanti. Non conosce l’Italia, è appena tornato da una settimana in Grecia con amici, penso sia stato a Mykonos…

 

Sta all’incrocio tra Regina Elisabeta e Mihail Kogalniceanu, lo consiglio. Andare dal parrucchiere è il modo migliore di concludere la visita a una città. Uscita con la mia bella testolina nuova attraverso il ponte sul fiume Dambovita e mi dirigo verso l’enorme palazzo presidenziale che purtroppo chiude alle ore 17, un monumento da vedere anche godendosi il giardino immenso che lo circonda, dove mi imbatto nei primi sposi della giornata, a cui seguiranno altre due coppie. A metà pomeriggio la città si è svuotata ed è rimasta in balia dei turisti, la luce dei palazzi è stupenda e i riflessi sul fiume ancor di più. Risalgo verso nord per vedere meglio quelle che dovrebbero essere le vie dello shopping e del buon cibo come strada Franceza, Mihail Voda e Lipscani.

Francamente come ho scritto non subisco il fascino delle insegne, i tavolini fuori mi sembrano tutti uguali. Il fascino del locale storico mi porta invece da Cara cu Bere che vuol dire “il carrello per la birra”, una birreria storica aperta alla fine dell’Ottocento, quando la preziosa bevanda era trasportata fin qui su piccoli carrelli su rotaia. Ora è molto un locale per turisti ma è bellissimo da visitare e la birra è ottima.

Mi fermo solo mezz’ora e poco prima delle ore 18 mi affretto a raggiungere Piata Universitatii, dove è finito il free tour di stamattina e dove dovrebbe iniziare il cosiddetto Alternative tour di Opendoors, la compagnia che organizza giri ed escursioni, gratuiti e a pagamento, sia nella capitale sia a Brasov. Il catalogo include tour per famiglie con bimbi e in bicicletta. Li ho trovati pubblicizzati sulla cartina che mi hanno gentilmente fornito in ostello, ho chiesto per email se potevo partecipare e mi hanno risposto Please feel free to join in. Però alle 18,05 non c’è più nessuno, mi guardo intorno e aspetto fino alle 18,30 poi con una email chiarificatrice vengo a sapere che l’altro ospite aveva il diritto di partire all’orario giusto, in effetti… Sarà per la prossima volta, quando proverò il Communist Tour o il Jewish tour. A proposito…

Tengo la sinagoga come ultimissima visita da fare domenica mattina (ma non mi fanno entrare!) prima di prendere il bus express che in un’ora scarsa mi porta all’aeroporto, con soli 8,60 lei inclusa la card dei trasporti ricaricabile. Il bus 783 si può prendere nelle quattro piazze principali del centro che sono anche fermate della metro, da nord a sud: Piata Victoriei, Piata Romana, Piata Universitatii, Piata Unirii. Includetele nella visita di Bucarest perché sono belle anche se non sempre hanno intorno edifici storici, vi si dipartono grandi boulevard tutti diversi, il mio preferito è Lascar Calargiu, un bel viale alberato costellato da palazzi residenziali.

Voglio dedicare due parole all’ostello dove ho alloggiato e ai suoi “abitanti”: l’ho scelto perché:

  • mi dava la possibilità di alloggiare in stanza singola, seppure col bagno condiviso,
  • è in centro in una zona tranquilla,
  • è raggiungibile coi mezzi dalla stazione dei treni e dei bus, ma anche a piedi in meno di mezz’ora.

Intuivo però che fosse un posto strano, e avevo ragione. Olive Guesthouse mi accoglie venerdì sera col silenzio quasi spettrale di una zona residenziale, col figlio del padrone che pare chiedersi “che ci faccio qui” e l’odore di chiuso mescolato a un poco riconoscibile profumo, che potrebbe essere deodorante per ambienti o insetticida. Condizionata in questo modo entro nella mia stanza pulita appena a sufficienza, uso la mia biancheria e prima di andare a letto trovo piccoli insetti che si arrampicano sulle pareti, pochi ma sufficienti a spaventarmi, infatti dormo poco e male. Ma dev’esserci un’aria molto frizzante e un caffè forte a Bucarest perché sto in giro 12 ore e seppur stanca, la seconda sera faccio fatica ad addormentarmi ma poi tutto ok, e sono spariti i piccoli ospiti del giorno prima. Tutto ok anche col padrone a cui esterno i miei problemi prima per telefono, poi di persona al check out. Christian mi racconta la sua storia familiare, la casa e la terra in Transilvania che non può curare, questa sua casa di tre piani dove vive col figlio e che ha attrezzato in parte a ostello. L’edificio è del 1850 e avrebbe bisogno di tanti lavori, ne so qualcosa perché non poterseli permettere è frustrante, ma l’importante è che facciamo pace e che io possa partire contenta, sollevata. Non credo sarei passata di qua se non avessi alloggiato qui, se vi accontentate di una sistemazione “molto basic” ve lo consiglio assolutamente e vi godrete una zona stupenda di Bucarest. Bohémien e radical chic come piace a me è il giusto compromesso tra la genuinità del passato e la realtà moderna, in attesa che diventi un posto figo e metà degli abitanti debba traslocare. Gentrification si chiama il fenomeno, vedete queste foto…

Quanto mi è piaciuta Bucarest? Molto, alla fine dell’estate è davvero godibile, con giornate lunghe e tiepide senza folla. L’ho solo “assaggiata” e credo di non avere mai visto una capitale in modo così sciallo, ho scelto di non correre facendomi in parte trasportare dagli altri. Bella la città vecchia con statue che celebrano i rumeni illustri (ma per me illustri sconosciuti), antiche rovine, globalmente ne ho apprezzato gli aspetti maestosi e la ricchezza degli edifici, i luoghi di culto e le opere di Ceausescu (!!!), il travaglio storico dell’ultimo secolo, la cura del verde con grandi parchi e piccoli giardini attrezzati dove si sta bene dal mattino alla sera.

La voglia di emergere della gente è evidente ma purtroppo a volte essi si mettono in mani sbagliate come succede dappertutto, così molti negozi sono chiusi e si vedono le insegne DE VANZARI, si vende, ma non tante quanto da noi. Povertà e miseria fanno da contraltare ai musei e alla cultura in generale, all’arricchimento di alcuni con le auto perfette status symbol. Ma quante persone sono cadute in rovina stando qui o arrivandoci senza trovare la loro strada, la dura legge della città uguale in tutto il mondo.

Quanto tempo ci vuole per visitare la capitale rumena? Direi almeno tre giorni e un paio di giorni ulteriori per escursioni nei dintorni, in auto o coi mezzi pubblici. Treni e bus funzionano e sono economici (es. 18 euro per 500 km circa da Iasi a Bucarest in treno), almeno quelli che ho usato io, così come i taxi in città costano poco (10 – 20 lei per una corsa di media percorrenza).

A Bucarest ho trovato un po’ di Milano, un po’ de l’Avana e tanto di Parigi, con cose francesi scimmiottate e patetiche, va beh contenti loro… Ci tornerò per entrare più a contatto con la gente,con la curiosità di spingermi oltre le parti centrali. Magari in un’altra stagione, col freddo chissà com’è?

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LUOGHI ABBANDONATI

Se dovessi sintetizzare le cose più negative che sto vedendo qui ora parlerei di situazione sociale, gestione dei rifiuti e luoghi abbandonati. E ora mentre scrivo penso siano tutti collegati. Dei problemi sociali ho parlato ampiamente e ne vediamo le conseguenze anche in Italia, dove sono arrivate masse di persone a cercare lavoro, alcune con successo, altre no. Perché la vita non è sempre generosa e a volte non riconosce in proporzione a quello che si è investito. Spero di esser stata chiara.

I rifiuti sono un disastro, plastica e sacchetti giacciono sparsi ovunque anche nella splendida campagna dove sono stata ospite. Cestini dell’immondizia zero, raccolta della spazzatura, differenziata o meno che sia, manco a parlarne. C’è il danno ambientale diretto dato dall’inquinamento della plastica e dal fatto che la gente per liberarsi di tutto ciò brucia sacchetti e bottiglie, immettendo nell’aria diossina e altre schifezze. C’è la beffa dei bidoni consegnati dai comuni così, per arredare gli ingressi delle case, perché poi nessuno viene per svuotare la spazzatura. C’è chi ha pensato di raccogliere tutto e compattarlo, ma quando ha saputo che doveva sottostare a leggi e limitazioni (che sono state emesse, almeno sulla carta) se n’è andato lasciando a terra quanto aveva raccolto. Ho visto coi miei occhi, credetemi.

I luoghi abbandonati sono un altro problema della Romania e una delle conseguenze dei cambiamenti ai vertici politici, così come la situazione economica che si è creata dal 1989 con la caduta di Ceausescu “proprio quando la Romania aveva estinto i debiti di guerra”. Quello era il momento di stringere i denti un altro poco e ricominciare a crescere davvero ma “qualcuno da fuori” – chissà chi poteva essere – ha preferito fomentare la lotta per liberare il Paese e portarlo alla democrazia. Chi è venuto dopo Ceausescu ha promesso miglioramenti e benessere per tutti, sicuramente ci sono stati grossi investimenti, ora si vede uno sviluppo tangibile di alcune infrastrutture e una grande voglia di riscatto, soprattutto nelle città. Il turismo è stato spinto, molti siti storici sono stati dichiarati patrimonio UNESCO, e giù soldi… Molto è stato fatto in varie parti della Romania ma non dappertutto. C’è stato un bisogno crescente di liquidità, denaro non sempre disponibile, così a fronte di persone che si sono arricchite altre hanno peggiorato la loro situazione. La sicurezza garantita dal regime, i generi di prima necessità, era poco ma era per tutti, così come l’istruzione e la sanità. Ora tutto costa, gli stipendi e le pensioni non bastano. Chi abita in campagna è autonomo o quasi per gli approvvigionamenti, in città invece si deve comprare tutto con le conseguenze che sappiamo. Questa lettura della storia è senz’altro semplicistica ma può essere una chiave per capire in parte cosa è successo e cos’è diventata la Romania di oggi.

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Ma perché ho scritto questo post: cosa sono i luoghi abbandonati?

Sono i paesi che si sono spopolati dove ora gli anziani aspettano le visite dei parenti, di un medico, del postino che ogni mese consegna una pensione irrisoria. E beato chi ce l’ha perché tanti che hanno lavorato un tot di anni non avevano comunque lavorato abbastanza e ora non hanno nulla, anche per questo vengono via in cerca di un futuro per sé e la famiglia.

Sono le case di una volta che potrebbero essere restaurate e rimesse in piedi, se qualcuno volesse abitarci. Ma come da noi si dev’essere d’accordo per la destinazione di un immobile di famiglia, prima o poi passiamo tutti per tali questioni no? E a volte è più semplice vendere – svendere una bella casetta di campagna, per comprare un più comodo appartamento in centro che però non è la stessa cosa…

Sono le fabbriche che sono state attive fino al 1989 e che davano lavoro a centinaia di persone nel settore primario e nell’industria, ho visto edifici che cadono a pezzi di cui si riconoscono dall’esterno le funzioni di allora, ma che sono state svuotate, svendute.

Ho visto tanti luoghi abbandonati, come saranno la prossima volta che verrò qui? A questa domanda rispondo con le parole di Maria che alla mia affermazione “Speriamo che i nipoti rimangano qui che c’è tutto da fare” ha risposto “Non credo proprio”. Spero si sbagli.

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LA FATTORIA, GLI ANIMALI E NOI

La mamma di Maria sei mesi fa è andata al mercato del paese, ha visto una bella scrofa cicciottella e l’ha comprata. Lei mangiava e cresceva, cresceva e mangiava finché hanno capito che era incinta e a giugno ha sfornato sei lattonzoli. Bellissimi col manto maculato chiaro e scuro come lei, quattro maschi e due femmine.

Questi animali sono i miei preferiti alla fattoria, anche se un giorno saranno “sacrificati” come dicono qui credo vivano bene e trasmettano una carica affettiva alle persone umane, proprio come i cani e i gatti che noi chiamiamo “animali da affezione” per contrapporli agli “animali da reddito” un termine tecnico necessario ma non sempre calzante. Se noi siamo abituati a tenerci vicino cani e gatti che ci fanno le coccole, quando vado a trovare la scrofa e i due lattonzoli che le sono rimasti questi mi vengono incontro (sperando che dia loro da mangiare) e salgono sullo steccato del recinto, insomma si fanno coccolare. Non dico che io voglia sbaciucchiarli ma li accarezzo volentieri e loro si lasciano fare. Gli altri due maschi e le due femmine sono stati venduti, questi due sono stati castrati così crescono meglio e danno una carne tecnicamente migliore.

Nonostante abbia studiato tecnologie alimentari all’Università e abbia solo sfiorato le tematiche di agricoltura e zootecnia, sento che molti concetti sono rimasti nella mia testa, ordinati come le cose a cui tengo, e ora li tiro fuori spesso sia al lavoro sia qui in questo piccolo paradiso al confine tra Romania e Moldavia (una prossima destinazione). Mi sento fortunata per avere studiato queste cose e poterle usare, anche a 24 anni dalla laurea, per me è motivo di soddisfazione. Solo l’erba medica mi è sfuggita e il primo giorno l’ho confusa, non so come, col trifoglio. Per il resto riconosco gli animali (questo è facile) e le piante, più difficile ma basta farci l’occhio e almeno ricondurli a famiglie, gruppi omogenei da cui poi si ramificano le varie specie, è un esercizio in sostanza. E qui c’è un sacco di cose su cui posso esercitarmi!

L’indipendenza della fattoria per quanto concerne l’approvvigionamento di alimenti è straordinaria, delle bevande ho già parlato, lo shottino di grappa prima di ogni pasto (colazione inclusa, proprio come fosse uno sciroppo o un ricostituente) è la riprova della salubrità di ciò che si produce qui.

Gli spazi sono concepiti all’insegna di razionalità ed efficienza, la convivenza tra persone e animali è perfetta tanto che per esempio, gli insetti che stanno fuori non danno noia minimamente perché ognuno fa il suo mestiere. E se mentre siamo a tavola, nella cucina esterna meravigliosa dove si mangia nei mesi caldi, vengono a trovarci due faraone poco male, c’è qualcosa anche per loro. Oltre che per i due cani e i cinque gatti che fanno compagnia a grandi e piccini. La terra dà da mangiare a tutti, prima che arrivassi io hanno raccolto i tuberi, li hanno puliti e preparati per il magazzinaggio dei prossimi mesi, in spazi appositi separati, freschi e ventilati. Ogni giorno c’è una verdura diversa da assaggiare che si prende nell’orto, si prepara (ho imparato qualcosa poi vedrò di mettere in pratica queste ricette rumene), si mangia. Se possibile si scalda nella cucina economica fatta da loro, con lamiera tagliata, ceramica e ghisa. Ha la fornacella e i cerchi com’ero abituata a vedere da noi, ammesso che si usi ancora almeno per fare la polenta (vedere oltre), a lato ha un piccolo forno per cuocere il pane e la carne. Che vengono benissimo. Alimentata principalmente coi tutoli delle pannocchie, la stufa mantiene il calore per ore. Ci ho visto cucinare di tutto, anche le pere sciroppate che mi hanno ispirato da pazzi e che spero di fare con i miei frutti appena torno in Italia.

Quel che non si ripropone a tavola si dà alle bestie in un cerchio ideale di consumo senza sprechi che è la chiave del successo di questo modello agricolo. Quando però vedo non una, ma due generazioni costrette a emigrare, anche se per pochi anni finché avranno guadagnato abbastanza da investire a casa, mi chiedo cosa sarà di loro, dei vecchi e dei bambini che restano qui, non soli ma nemmeno supportati dagli adulti. Ci vorrebbero centri diurni e spazi di aggregazione ma servono soldi, mentre il governo costruisce in città e la chiesa mette a posto i luoghi di culto, anche coi soldi dei fedeli. Pochi vogliono rimanere in campagna, diciamo per motivi economici, ed è pieno di luoghi abbandonati di cui parlerò in un post dedicato perché ho appreso mille cose sull’argomento. Speriamo non mi dicano che si fa troppa fatica anche se un poco è vero, lo spopolamento c’è stato pure da noi e per fortuna ora assistiamo al ritorno alla terra. Chissà cosa succederà qui.

Mucche e capre non ci sono nella fattoria di Maria, questa famiglia è organizzata soprattutto con gli animali da cortile mentre servirebbero altre risorse per portare quegli animali al pascolo, come fanno i vicini. Se hanno la loro terra ok, altrimenti pagano un diritto di passo ai proprietari dei fondi, o una piccola tassa al comune, per poter nutrire il bestiame con erba fresca. I pastori escono al mattino presto e a volte rientrano insieme la sera, ma alcune bestie hanno imparato la strada e rientrano da sole all’ovile.

C’è infine un prodotto simbolico qui come da noi, che merita una divagazione personale. Un piatto dei poveri ma per me sempre buono purché si mangi con parsimonia, non come in passato quand’era un alimento quasi unico e creò deficit nutrizionali, nonché una cattiva fama (!!!) per i miei compaesani. Qui si chiama con un nome bellissimo foriero di altri ricordi personali, per noi è semplicemente la polenta. Fatta col mais proprio, macinato né grosso né fino, che bolle in pentola per venti minuti e si mette in tavola. Mamaliga è il nome locale, un nome moldavo non rumeno che conosco da quasi dieci anni quando un amico conosciuto per poco, ma che sento ancora con estremo piacere, ne fece addirittura il titolo di un cortometraggio. Mamaliga blues è la storia di Cassio Tolpolar, ebreo moldavo i cui nonni scapparono in Brasile nel 1931 per sfuggire alle persecuzioni naziste. Lui è nato a Porto Alegre e ha sentito per anni i racconti di coloro che si sono salvati diversamente da tanti altri moldavi, e che nel 2001 l’ha riportato in terra natia. Cassio ha ripreso i luoghi d’origine della famiglia, ne è nato un libro e un film. Cercatelo su internet, non sarà famoso come un altro film del genere che ho tanto amato, Ogni cosa è illuminata (ricordate la colonna sonora dei Gogol Bordello?) ma vi assicuro che merita. Per questo sono sempre più contenta di essere qui, e preparatevi che ho ancora tante storie da raccontare.

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BADANTUR, IN VIAGGIO CON LE BADANTI VERSO LA ROMANIA

Sono arrivata ieri a casa di Maria l’ultima badante che ha accudito la nonna fino a due mesi fa. Questa settimana sarò sua ospite nella bellissima casa di famiglia, in campagna, vicino a Iasi nella Romania sudorientale al confine con la Moldavia. Quando ancora c’era la nonna, mesi fa, avevamo parlato della possibilità di venire a trovarla e mi è sembrato che la settimana di Ferragosto fosse il momento migliore. Sono venuta con il pulmino da nove posti che abitualmente fa la spola con l’Italia, un Mercedes nuovissimo col carretto dietro, quel piccolo rimorchio pieno di pacchetti che mille volte ho visto nelle nostre strade. Pacchi che vanno e vengono con dentro oggetti, alimenti, vestiti. Con un euro al chilo si può avvicinare la famiglia forzatamente lontana, in attesa di riunirsi. Chi è fortunato rientra un paio di volte l’anno, altri più di rado e non voglio pensare alla fatica e al dolore di questo distacco per necessità che tante volte le badanti mi hanno raccontato, in attesa di un futuro migliore, in attesa che un giorno le condizioni di vita in Romania consentano alla gente di stare a casa e vivere bene. Non sarà a breve mi dicono, anche l’ultimo presidente eletto pare voglia mantenere lo status quo, fatto di diseguaglianze e privilegi per chi sta nelle stanze del potere. Chissà.

Il mio pulmino parte venerdì da Iasi, arriva sabato pomeriggio a Torino, domenica mattina riparte e lunedì pomeriggio è di nuovo qui. Riposo tre giorni e venerdì si ricomincia. I due autisti che lo guidano si danno il cambio, max sei ore a testa, mentre uno guida l’altro dorme. Ero convinta di viaggiare con uno stuolo di badanti ed ero pronta a sentire le loro storie toccanti di sacrifici e compromessi enormi mentre a casa rimangono pezzi di famiglie e persone, giovani e anziane, che devono imparare a vivere da sole e arrangiarsi, aiutate da una coesione sociale ancora esistente ma che nei prossimi anni potrebbe venire meno, mano a mano che si sfalda il concetto di famiglia tradizionale e molti sono costretti a emigrare per necessità, in cerca di un futuro migliore..

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Dei sei passeggeri che condividono con me questo lunghissimo viaggio solo due “lavorano con le persone”. Un’altra è infermiera e una si occupa di ristorazione. Queste quattro donne sono bellissime, potrebbero avere da 30 a 50 anni, hanno il volto più o meno segnato dalla fatica ma tutte sorridono e con piacere mi raccontano frammenti delle loro vite. Sono truccate, vestite meglio di me (!!!) e hanno le unghie pitturate con smalto di colori sgargianti. Non dico che esibiscano nulla ma si sente che tornano a casa con gioia, sento questo. Mi coccolano, mi abbracciano (e li loro attaccamento non mi pesa stranamente), mi aspettano nelle pause – toilette per non farmi perdere, interrompono discorsi incomprensibili in rumeno per farsi capire anche da me, unica italiana. Ah il loro italiano è perfetto o quasi. Completano l’equipaggio due ragazzi sui diciotto anni, venuti in Italia a trovare dei parenti che lavorano nel mio Paese. Insomma siamo una bella squadra.

Non posso dire che il tempo voli anzi, le gambe indolenzite non si possono spostare più di tanto e non bastano le pause per rimettere a posto la circolazione. Prima di entrare in Romania percorriamo il tragitto più a sud dei due disponibili, ovvero non facciamo Italia – Austria – Ungheria come pensavo ma Italia – Slovenia, Ungheria.

Le 24 ore in viaggio sono così distribuite. Due ore per uscire dall’Italia con uno strano zig zag fuori e dentro l’autostrada, immagino per ottimizzare i costi dei pedaggi. Tre ore in Slovenia più pausa benzina e toilette. Cinque ore in Ungheria senza sosta, con una mezza promessa di fermarci in un ristorantino a mangiare il goulasch con un menu concordato di 3 euro. La capiamo così ma purtroppo non ci fermiamo. Giuro che questo è il tratto più difficile perché ancora non riesco a dormire, pare uno spazio infinito e mi confortano solo i cartelli familiari che ci mostrano l’avvicinarsi della capitale Budapest, col ricordo di un viaggio stupendo (in auto da sola) esattamente undici anni fa quando andai a trovare una coppia di cari amici che all’epoca lavorava proprio a Budapest. Che bellissima esperienza (anche se non ho scritto ancora nulla), e che bello essere di nuovo qui…

Da Budapest ricomincia lo zig zag fuori e dentro dalla bella autostrada mentre le strade statali non sono belle e sono molto trafficate. Gli autisti guidano benissimo per fortuna, siamo in ottime mani. Da Venezia a Budapest, la prima metà del percorso, sono 800 chilometri, poi inizia la seconda metà, per altri 800 chilometri siamo su strada normale e la nostra velocità si dimezza. Dodici ore in Romania, l’attraversiamo tutta entrando all’una di notte nell’unico passaggio di frontiera dove dobbiamo esibire i documenti. Mi sono sempre piaciuti i passaggi di frontiera ma per chi ci lavora, per chi li subisce non dev’essere divertente. Cambiamo la valuta, il lei, al primo posto disponibile, facciamo benzina poi via. Ho preso una lattina di birra e l’ho pagata meno di un euro, la bevo nel mezzo di questa lunga notte per buttar giù la mia cena, crackers e mortadella..

Attraversiamo Oradea e Cluj Napoca, per il resto il Paese è un susseguirsi di villaggi, casette, chiesette, cimiteri, campagne, colline e boschi di conifere che distinguo dall’alba mentre prima, finalmente, dormo. Sommando una – due ore di sonno per volta ho l’impressione di aver dormito tanto alla fine.

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Alle sette facciamo colazione, io prendo zuppa e frittata. Sono brava perché mi limito a questi due ottimi piatti, gli altri vanno di cotoletta, patatine e birra, bevo il secondo e ultimo caffè e via, si riparte. Che bellissimo paesaggio, giuro che non farò paragoni con altri posti già visti anche se la tentazione è forte.

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Maria chiama gli autisti per sapere quando deve venire a prendermi a Iasi, io sono la seconda passeggera che viene mollata poi il pulmino deposita gli altri a destinazione, ognuno a casa sua. Massimo rispetto per chi fa questo lavoro faticoso, di grande responsabilità, con gentilezza e professionalità.

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Maria è arrivata col nipote e il genero, mi consegnano uno stupendo mazzetto di fiori con un girasole al centro e intorno dei fiorellini colorati, che accoglienza! Chiacchieriamo vorticosamente (anche se è solo un mese e mezzo che non ci vediamo) e ci aggiorniamo presto facendo l’appello delle rispettive famiglie. A casa trovo le persone di cui ha tanto parlato, abitano in un posto bellissimo, un luogo di pace in mezzo alla campagna. C’è il pozzo per l’acqua, la stufa a legna e una terrazza coperta attrezzata per mangiare fuori d’estate. Tavolino e poltrone, dondolo, giochi per i bambini (pochi ma essenziali). La cantina scavata sotto terra conserva egregiamente alimenti e bevande, anche con la porta aperta è freschissima al suo interno. Peccato per le tre piccole botti vuote, che chissà che buon vino tenevano a suo tempo. Forse fotograferò qualcosa, per ora mi godo la compagnia ottima e il luogo magico dove passerò una settimana di relax all’aria buona.

Sistemo le mie cose poi mangiamo in giardino. Ogni pasto inizia con un brindisi: la grappa fatta in casa è ottima e salutare. Anche il vino bianco leggero fatto da loro va giù che è un piacere. Dovrei imparare qualche ricetta locale in questi giorni. Maria è una maestra in cucina sia quando svela le tradizioni di un tempo sia nel provare cose nuove. Lo scorso inverno mi disse di posare sulla pancia dolorante delle foglie di cavolo lesso, non l’ho ancora testato ma credo funzioni….

Poi riposiamo (io dormo proprio), nel tardo pomeriggio mi svegliano per andare in un vicino campo da calcio dove c’è la festa del paese per l’Assunzione. La mia concezione liquida dei Balcani li faceva finire grosso modo in Ungheria, pensavo che dalla Romania iniziasse un mondo diverso e magari è così, eppure per un’ora alla festa del paese vedo quei Balcani belli e un po’ cinematografici come ci hanno mostrato nei film con canti, balli, sorrisi e strette di mano. Di chi è sempre rimasto qui, di chi va e viene per studio e lavoro e spera un giorno di tornare a casa definitivamente. Ma soprattutto mi sento dentro i Balcani con la loro meravigliosa musica, suonata da un gruppo che solo guardarli è uno spettacolo, la gente balla e poi, dopo ogni brano, si ritira timidamente senza applausi. C’è molta parsimonia anche nelle manifestazioni di gioia.

Arriva anche il sindaco a un certo punto, una donna che ha sposato un prete ortodosso, olé meno male qui si fanno queste cose che trovano tutto il mio favore. Alcune persone sono arrivate qui in auto, altri con i carri trainati da cavalli. Credo di averli fotografati proprio tutti. Prima di scendere dietro una collina il sole ci regala i suoi colori migliori poi torniamo a casa, pappa chiacchiere e nanna. Niente male quest’inizio di Badantur.
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