DAL PARRUCCHIERE A BUCAREST

Vi risparmio le insegne Armani, Gucci, Max Mara e le vetrine luccicanti delle catene di hotel cinque stelle lusso che si alternano nei viali del centro di Bucarest, mi fanno tristezza anche se mi rendo conto che servano. Molto meglio gli hotel, pretenziosi o meno, che punteggiano angoli più nascosti. Ristoranti e caffetterie seguono lo stesso schema e in tal senso io sono meno coerente: in due giorni ho preso un caffè da passeggio al minimarket e due caffè da altrettante catene. Essere Starbucks addicted è una colpa, come mi fanno notare in Italia e come mi hanno detto qui. What a shame, proprio queste parole, ma è così, continuo a cercare la medusa verde e nera, in Calea Victoriei non avevano la tazza, peccato perché avrei preso pure quella per la mia collezione.

rom90

E il parrucchiere? Ho imparato la differenza tra frisor e coiffeur (M/F), mi sono imbattuta dapprima in un parrucchiere figo e carissimo, poi per fortuna ho trovato quello giusto ma non mi voleva accogliere a metà pomeriggio di sabato (poi ha detto ok). Non sapeva che avevo metà euro e metà lei per pagarlo, ha fatto il suo lavoro con lenta dedizione parlando un po’ con me – del bellissimo concerto di Rihanna per esempio – e intrattenendo un vecchietto che pensava di farsi una rifilatina alla testa e passarmi avanti (ma non ho voluto). Bellino il giovane parrucchiere, moro e con una banana ben arricciata sul davanti. Non conosce l’Italia, è appena tornato da una settimana in Grecia con amici, penso sia stato a Mykonos…

 

Sta all’incrocio tra Regina Elisabeta e Mihail Kogalniceanu, lo consiglio. Andare dal parrucchiere è il modo migliore di concludere la visita a una città. Uscita con la mia bella testolina nuova attraverso il ponte sul fiume Dambovita e mi dirigo verso l’enorme palazzo presidenziale che purtroppo chiude alle ore 17, un monumento da vedere anche godendosi il giardino immenso che lo circonda, dove mi imbatto nei primi sposi della giornata, a cui seguiranno altre due coppie. A metà pomeriggio la città si è svuotata ed è rimasta in balia dei turisti, la luce dei palazzi è stupenda e i riflessi sul fiume ancor di più. Risalgo verso nord per vedere meglio quelle che dovrebbero essere le vie dello shopping e del buon cibo come strada Franceza, Mihail Voda e Lipscani.

Francamente come ho scritto non subisco il fascino delle insegne, i tavolini fuori mi sembrano tutti uguali. Il fascino del locale storico mi porta invece da Cara cu Bere che vuol dire “il carrello per la birra”, una birreria storica aperta alla fine dell’Ottocento, quando la preziosa bevanda era trasportata fin qui su piccoli carrelli su rotaia. Ora è molto un locale per turisti ma è bellissimo da visitare e la birra è ottima.

Mi fermo solo mezz’ora e poco prima delle ore 18 mi affretto a raggiungere Piata Universitatii, dove è finito il free tour di stamattina e dove dovrebbe iniziare il cosiddetto Alternative tour di Opendoors, la compagnia che organizza giri ed escursioni, gratuiti e a pagamento, sia nella capitale sia a Brasov. Il catalogo include tour per famiglie con bimbi e in bicicletta. Li ho trovati pubblicizzati sulla cartina che mi hanno gentilmente fornito in ostello, ho chiesto per email se potevo partecipare e mi hanno risposto Please feel free to join in. Però alle 18,05 non c’è più nessuno, mi guardo intorno e aspetto fino alle 18,30 poi con una email chiarificatrice vengo a sapere che l’altro ospite aveva il diritto di partire all’orario giusto, in effetti… Sarà per la prossima volta, quando proverò il Communist Tour o il Jewish tour. A proposito…

Tengo la sinagoga come ultimissima visita da fare domenica mattina (ma non mi fanno entrare!) prima di prendere il bus express che in un’ora scarsa mi porta all’aeroporto, con soli 8,60 lei inclusa la card dei trasporti ricaricabile. Il bus 783 si può prendere nelle quattro piazze principali del centro che sono anche fermate della metro, da nord a sud: Piata Victoriei, Piata Romana, Piata Universitatii, Piata Unirii. Includetele nella visita di Bucarest perché sono belle anche se non sempre hanno intorno edifici storici, vi si dipartono grandi boulevard tutti diversi, il mio preferito è Lascar Calargiu, un bel viale alberato costellato da palazzi residenziali.

Voglio dedicare due parole all’ostello dove ho alloggiato e ai suoi “abitanti”: l’ho scelto perché:

  • mi dava la possibilità di alloggiare in stanza singola, seppure col bagno condiviso,
  • è in centro in una zona tranquilla,
  • è raggiungibile coi mezzi dalla stazione dei treni e dei bus, ma anche a piedi in meno di mezz’ora.

Intuivo però che fosse un posto strano, e avevo ragione. Olive Guesthouse mi accoglie venerdì sera col silenzio quasi spettrale di una zona residenziale, col figlio del padrone che pare chiedersi “che ci faccio qui” e l’odore di chiuso mescolato a un poco riconoscibile profumo, che potrebbe essere deodorante per ambienti o insetticida. Condizionata in questo modo entro nella mia stanza pulita appena a sufficienza, uso la mia biancheria e prima di andare a letto trovo piccoli insetti che si arrampicano sulle pareti, pochi ma sufficienti a spaventarmi, infatti dormo poco e male. Ma dev’esserci un’aria molto frizzante e un caffè forte a Bucarest perché sto in giro 12 ore e seppur stanca, la seconda sera faccio fatica ad addormentarmi ma poi tutto ok, e sono spariti i piccoli ospiti del giorno prima. Tutto ok anche col padrone a cui esterno i miei problemi prima per telefono, poi di persona al check out. Christian mi racconta la sua storia familiare, la casa e la terra in Transilvania che non può curare, questa sua casa di tre piani dove vive col figlio e che ha attrezzato in parte a ostello. L’edificio è del 1850 e avrebbe bisogno di tanti lavori, ne so qualcosa perché non poterseli permettere è frustrante, ma l’importante è che facciamo pace e che io possa partire contenta, sollevata. Non credo sarei passata di qua se non avessi alloggiato qui, se vi accontentate di una sistemazione “molto basic” ve lo consiglio assolutamente e vi godrete una zona stupenda di Bucarest. Bohémien e radical chic come piace a me è il giusto compromesso tra la genuinità del passato e la realtà moderna, in attesa che diventi un posto figo e metà degli abitanti debba traslocare. Gentrification si chiama il fenomeno, vedete queste foto…

Quanto mi è piaciuta Bucarest? Molto, alla fine dell’estate è davvero godibile, con giornate lunghe e tiepide senza folla. L’ho solo “assaggiata” e credo di non avere mai visto una capitale in modo così sciallo, ho scelto di non correre facendomi in parte trasportare dagli altri. Bella la città vecchia con statue che celebrano i rumeni illustri (ma per me illustri sconosciuti), antiche rovine, globalmente ne ho apprezzato gli aspetti maestosi e la ricchezza degli edifici, i luoghi di culto e le opere di Ceausescu (!!!), il travaglio storico dell’ultimo secolo, la cura del verde con grandi parchi e piccoli giardini attrezzati dove si sta bene dal mattino alla sera.

La voglia di emergere della gente è evidente ma purtroppo a volte essi si mettono in mani sbagliate come succede dappertutto, così molti negozi sono chiusi e si vedono le insegne DE VANZARI, si vende, ma non tante quanto da noi. Povertà e miseria fanno da contraltare ai musei e alla cultura in generale, all’arricchimento di alcuni con le auto perfette status symbol. Ma quante persone sono cadute in rovina stando qui o arrivandoci senza trovare la loro strada, la dura legge della città uguale in tutto il mondo.

Quanto tempo ci vuole per visitare la capitale rumena? Direi almeno tre giorni e un paio di giorni ulteriori per escursioni nei dintorni, in auto o coi mezzi pubblici. Treni e bus funzionano e sono economici (es. 18 euro per 500 km circa da Iasi a Bucarest in treno), almeno quelli che ho usato io, così come i taxi in città costano poco (10 – 20 lei per una corsa di media percorrenza).

A Bucarest ho trovato un po’ di Milano, un po’ de l’Avana e tanto di Parigi, con cose francesi scimmiottate e patetiche, va beh contenti loro… Ci tornerò per entrare più a contatto con la gente,con la curiosità di spingermi oltre le parti centrali. Magari in un’altra stagione, col freddo chissà com’è?

Pubblicato in Myself, Travelling, Viaggi - Italia / Europa | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

LUOGHI ABBANDONATI

Se dovessi sintetizzare le cose più negative che sto vedendo qui ora parlerei di situazione sociale, gestione dei rifiuti e luoghi abbandonati. E ora mentre scrivo penso siano tutti collegati. Dei problemi sociali ho parlato ampiamente e ne vediamo le conseguenze anche in Italia, dove sono arrivate masse di persone a cercare lavoro, alcune con successo, altre no. Perché la vita non è sempre generosa e a volte non riconosce in proporzione a quello che si è investito. Spero di esser stata chiara.

I rifiuti sono un disastro, plastica e sacchetti giacciono sparsi ovunque anche nella splendida campagna dove sono stata ospite. Cestini dell’immondizia zero, raccolta della spazzatura, differenziata o meno che sia, manco a parlarne. C’è il danno ambientale diretto dato dall’inquinamento della plastica e dal fatto che la gente per liberarsi di tutto ciò brucia sacchetti e bottiglie, immettendo nell’aria diossina e altre schifezze. C’è la beffa dei bidoni consegnati dai comuni così, per arredare gli ingressi delle case, perché poi nessuno viene per svuotare la spazzatura. C’è chi ha pensato di raccogliere tutto e compattarlo, ma quando ha saputo che doveva sottostare a leggi e limitazioni (che sono state emesse, almeno sulla carta) se n’è andato lasciando a terra quanto aveva raccolto. Ho visto coi miei occhi, credetemi.

I luoghi abbandonati sono un altro problema della Romania e una delle conseguenze dei cambiamenti ai vertici politici, così come la situazione economica che si è creata dal 1989 con la caduta di Ceausescu “proprio quando la Romania aveva estinto i debiti di guerra”. Quello era il momento di stringere i denti un altro poco e ricominciare a crescere davvero ma “qualcuno da fuori” – chissà chi poteva essere – ha preferito fomentare la lotta per liberare il Paese e portarlo alla democrazia. Chi è venuto dopo Ceausescu ha promesso miglioramenti e benessere per tutti, sicuramente ci sono stati grossi investimenti, ora si vede uno sviluppo tangibile di alcune infrastrutture e una grande voglia di riscatto, soprattutto nelle città. Il turismo è stato spinto, molti siti storici sono stati dichiarati patrimonio UNESCO, e giù soldi… Molto è stato fatto in varie parti della Romania ma non dappertutto. C’è stato un bisogno crescente di liquidità, denaro non sempre disponibile, così a fronte di persone che si sono arricchite altre hanno peggiorato la loro situazione. La sicurezza garantita dal regime, i generi di prima necessità, era poco ma era per tutti, così come l’istruzione e la sanità. Ora tutto costa, gli stipendi e le pensioni non bastano. Chi abita in campagna è autonomo o quasi per gli approvvigionamenti, in città invece si deve comprare tutto con le conseguenze che sappiamo. Questa lettura della storia è senz’altro semplicistica ma può essere una chiave per capire in parte cosa è successo e cos’è diventata la Romania di oggi.

rom48 rom47

Ma perché ho scritto questo post: cosa sono i luoghi abbandonati?

Sono i paesi che si sono spopolati dove ora gli anziani aspettano le visite dei parenti, di un medico, del postino che ogni mese consegna una pensione irrisoria. E beato chi ce l’ha perché tanti che hanno lavorato un tot di anni non avevano comunque lavorato abbastanza e ora non hanno nulla, anche per questo vengono via in cerca di un futuro per sé e la famiglia.

Sono le case di una volta che potrebbero essere restaurate e rimesse in piedi, se qualcuno volesse abitarci. Ma come da noi si dev’essere d’accordo per la destinazione di un immobile di famiglia, prima o poi passiamo tutti per tali questioni no? E a volte è più semplice vendere – svendere una bella casetta di campagna, per comprare un più comodo appartamento in centro che però non è la stessa cosa…

Sono le fabbriche che sono state attive fino al 1989 e che davano lavoro a centinaia di persone nel settore primario e nell’industria, ho visto edifici che cadono a pezzi di cui si riconoscono dall’esterno le funzioni di allora, ma che sono state svuotate, svendute.

Ho visto tanti luoghi abbandonati, come saranno la prossima volta che verrò qui? A questa domanda rispondo con le parole di Maria che alla mia affermazione “Speriamo che i nipoti rimangano qui che c’è tutto da fare” ha risposto “Non credo proprio”. Spero si sbagli.

Pubblicato in Myself, Travelling, Viaggi - Italia / Europa | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

LA FATTORIA, GLI ANIMALI E NOI

La mamma di Maria sei mesi fa è andata al mercato del paese, ha visto una bella scrofa cicciottella e l’ha comprata. Lei mangiava e cresceva, cresceva e mangiava finché hanno capito che era incinta e a giugno ha sfornato sei lattonzoli. Bellissimi col manto maculato chiaro e scuro come lei, quattro maschi e due femmine.

Questi animali sono i miei preferiti alla fattoria, anche se un giorno saranno “sacrificati” come dicono qui credo vivano bene e trasmettano una carica affettiva alle persone umane, proprio come i cani e i gatti che noi chiamiamo “animali da affezione” per contrapporli agli “animali da reddito” un termine tecnico necessario ma non sempre calzante. Se noi siamo abituati a tenerci vicino cani e gatti che ci fanno le coccole, quando vado a trovare la scrofa e i due lattonzoli che le sono rimasti questi mi vengono incontro (sperando che dia loro da mangiare) e salgono sullo steccato del recinto, insomma si fanno coccolare. Non dico che io voglia sbaciucchiarli ma li accarezzo volentieri e loro si lasciano fare. Gli altri due maschi e le due femmine sono stati venduti, questi due sono stati castrati così crescono meglio e danno una carne tecnicamente migliore.

Nonostante abbia studiato tecnologie alimentari all’Università e abbia solo sfiorato le tematiche di agricoltura e zootecnia, sento che molti concetti sono rimasti nella mia testa, ordinati come le cose a cui tengo, e ora li tiro fuori spesso sia al lavoro sia qui in questo piccolo paradiso al confine tra Romania e Moldavia (una prossima destinazione). Mi sento fortunata per avere studiato queste cose e poterle usare, anche a 24 anni dalla laurea, per me è motivo di soddisfazione. Solo l’erba medica mi è sfuggita e il primo giorno l’ho confusa, non so come, col trifoglio. Per il resto riconosco gli animali (questo è facile) e le piante, più difficile ma basta farci l’occhio e almeno ricondurli a famiglie, gruppi omogenei da cui poi si ramificano le varie specie, è un esercizio in sostanza. E qui c’è un sacco di cose su cui posso esercitarmi!

L’indipendenza della fattoria per quanto concerne l’approvvigionamento di alimenti è straordinaria, delle bevande ho già parlato, lo shottino di grappa prima di ogni pasto (colazione inclusa, proprio come fosse uno sciroppo o un ricostituente) è la riprova della salubrità di ciò che si produce qui.

Gli spazi sono concepiti all’insegna di razionalità ed efficienza, la convivenza tra persone e animali è perfetta tanto che per esempio, gli insetti che stanno fuori non danno noia minimamente perché ognuno fa il suo mestiere. E se mentre siamo a tavola, nella cucina esterna meravigliosa dove si mangia nei mesi caldi, vengono a trovarci due faraone poco male, c’è qualcosa anche per loro. Oltre che per i due cani e i cinque gatti che fanno compagnia a grandi e piccini. La terra dà da mangiare a tutti, prima che arrivassi io hanno raccolto i tuberi, li hanno puliti e preparati per il magazzinaggio dei prossimi mesi, in spazi appositi separati, freschi e ventilati. Ogni giorno c’è una verdura diversa da assaggiare che si prende nell’orto, si prepara (ho imparato qualcosa poi vedrò di mettere in pratica queste ricette rumene), si mangia. Se possibile si scalda nella cucina economica fatta da loro, con lamiera tagliata, ceramica e ghisa. Ha la fornacella e i cerchi com’ero abituata a vedere da noi, ammesso che si usi ancora almeno per fare la polenta (vedere oltre), a lato ha un piccolo forno per cuocere il pane e la carne. Che vengono benissimo. Alimentata principalmente coi tutoli delle pannocchie, la stufa mantiene il calore per ore. Ci ho visto cucinare di tutto, anche le pere sciroppate che mi hanno ispirato da pazzi e che spero di fare con i miei frutti appena torno in Italia.

Quel che non si ripropone a tavola si dà alle bestie in un cerchio ideale di consumo senza sprechi che è la chiave del successo di questo modello agricolo. Quando però vedo non una, ma due generazioni costrette a emigrare, anche se per pochi anni finché avranno guadagnato abbastanza da investire a casa, mi chiedo cosa sarà di loro, dei vecchi e dei bambini che restano qui, non soli ma nemmeno supportati dagli adulti. Ci vorrebbero centri diurni e spazi di aggregazione ma servono soldi, mentre il governo costruisce in città e la chiesa mette a posto i luoghi di culto, anche coi soldi dei fedeli. Pochi vogliono rimanere in campagna, diciamo per motivi economici, ed è pieno di luoghi abbandonati di cui parlerò in un post dedicato perché ho appreso mille cose sull’argomento. Speriamo non mi dicano che si fa troppa fatica anche se un poco è vero, lo spopolamento c’è stato pure da noi e per fortuna ora assistiamo al ritorno alla terra. Chissà cosa succederà qui.

Mucche e capre non ci sono nella fattoria di Maria, questa famiglia è organizzata soprattutto con gli animali da cortile mentre servirebbero altre risorse per portare quegli animali al pascolo, come fanno i vicini. Se hanno la loro terra ok, altrimenti pagano un diritto di passo ai proprietari dei fondi, o una piccola tassa al comune, per poter nutrire il bestiame con erba fresca. I pastori escono al mattino presto e a volte rientrano insieme la sera, ma alcune bestie hanno imparato la strada e rientrano da sole all’ovile.

C’è infine un prodotto simbolico qui come da noi, che merita una divagazione personale. Un piatto dei poveri ma per me sempre buono purché si mangi con parsimonia, non come in passato quand’era un alimento quasi unico e creò deficit nutrizionali, nonché una cattiva fama (!!!) per i miei compaesani. Qui si chiama con un nome bellissimo foriero di altri ricordi personali, per noi è semplicemente la polenta. Fatta col mais proprio, macinato né grosso né fino, che bolle in pentola per venti minuti e si mette in tavola. Mamaliga è il nome locale, un nome moldavo non rumeno che conosco da quasi dieci anni quando un amico conosciuto per poco, ma che sento ancora con estremo piacere, ne fece addirittura il titolo di un cortometraggio. Mamaliga blues è la storia di Cassio Tolpolar, ebreo moldavo i cui nonni scapparono in Brasile nel 1931 per sfuggire alle persecuzioni naziste. Lui è nato a Porto Alegre e ha sentito per anni i racconti di coloro che si sono salvati diversamente da tanti altri moldavi, e che nel 2001 l’ha riportato in terra natia. Cassio ha ripreso i luoghi d’origine della famiglia, ne è nato un libro e un film. Cercatelo su internet, non sarà famoso come un altro film del genere che ho tanto amato, Ogni cosa è illuminata (ricordate la colonna sonora dei Gogol Bordello?) ma vi assicuro che merita. Per questo sono sempre più contenta di essere qui, e preparatevi che ho ancora tante storie da raccontare.

Pubblicato in Myself, Travelling, Viaggi - Italia / Europa | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

BADANTUR, IN VIAGGIO CON LE BADANTI VERSO LA ROMANIA

Sono arrivata ieri a casa di Maria l’ultima badante che ha accudito la nonna fino a due mesi fa. Questa settimana sarò sua ospite nella bellissima casa di famiglia, in campagna, vicino a Iasi nella Romania sudorientale al confine con la Moldavia. Quando ancora c’era la nonna, mesi fa, avevamo parlato della possibilità di venire a trovarla e mi è sembrato che la settimana di Ferragosto fosse il momento migliore. Sono venuta con il pulmino da nove posti che abitualmente fa la spola con l’Italia, un Mercedes nuovissimo col carretto dietro, quel piccolo rimorchio pieno di pacchetti che mille volte ho visto nelle nostre strade. Pacchi che vanno e vengono con dentro oggetti, alimenti, vestiti. Con un euro al chilo si può avvicinare la famiglia forzatamente lontana, in attesa di riunirsi. Chi è fortunato rientra un paio di volte l’anno, altri più di rado e non voglio pensare alla fatica e al dolore di questo distacco per necessità che tante volte le badanti mi hanno raccontato, in attesa di un futuro migliore, in attesa che un giorno le condizioni di vita in Romania consentano alla gente di stare a casa e vivere bene. Non sarà a breve mi dicono, anche l’ultimo presidente eletto pare voglia mantenere lo status quo, fatto di diseguaglianze e privilegi per chi sta nelle stanze del potere. Chissà.
Il mio pulmino parte venerdì da Iasi, arriva sabato pomeriggio a Torino, domenica mattina riparte e lunedì pomeriggio è di nuovo qui. Riposo tre giorni e venerdì si ricomincia. I due autisti che lo guidano si danno il cambio, max sei ore a testa, mentre uno guida l’altro dorme. Ero convinta di viaggiare con uno stuolo di badanti ed ero pronta a sentire le loro storie toccanti di sacrifici e compromessi enormi mentre a casa rimangono pezzi di famiglie e persone, giovani e anziane, che devono imparare a vivere da sole e arrangiarsi, aiutate da una coesione sociale ancora esistente ma che nei prossimi anni potrebbe venire meno, mano a mano che si sfalda il concetto di famiglia tradizionale e molti sono costretti a emigrare per necessità, in cerca di un futuro migliore.

rom36 rom35

Dei sei passeggeri che condividono con me questo lunghissimo viaggio solo due “lavorano con le persone”. Un’altra è infermiera e una si occupa di ristorazione. Queste quattro donne sono bellissime, potrebbero avere da 30 a 50 anni, hanno il volto più o meno segnato dalla fatica ma tutte sorridono e con piacere mi raccontano frammenti delle loro vite. Sono truccate, vestite meglio di me (!!!) e hanno le unghie pitturate con smalto di colori sgargianti. Non dico che esibiscano nulla ma si sente che tornano a casa con gioia, sento questo. Mi coccolano, mi abbracciano (e li loro attaccamento non mi pesa stranamente), mi aspettano nelle pause – toilette per non farmi perdere, interrompono discorsi incomprensibili in rumeno per farsi capire anche da me, unica italiana. Ah il loro italiano è perfetto o quasi. Completano l’equipaggio due ragazzi sui diciotto anni, venuti in Italia a trovare dei parenti che lavorano nel mio Paese. Insomma siamo una bella squadra.
Non posso dire che il tempo voli anzi, le gambe indolenzite non si possono spostare più di tanto e non bastano le pause per rimettere a posto la circolazione. Prima di entrare in Romania percorriamo il tragitto più a sud dei due disponibili, ovvero non facciamo Italia – Austria – Ungheria come pensavo ma Italia – Slovenia, Ungheria.
Le 24 ore in viaggio sono così distribuite. Due ore per uscire dall’Italia con uno strano zig zag fuori e dentro l’autostrada, immagino per ottimizzare i costi dei pedaggi. Tre ore in Slovenia più pausa benzina e toilette. Cinque ore in Ungheria senza sosta, con una mezza promessa di fermarci in un ristorantino a mangiare il goulasch con un menu concordato di 3 euro. La capiamo così ma purtroppo non ci fermiamo. Giuro che questo è il tratto più difficile perché ancora non riesco a dormire, pare uno spazio infinito e mi confortano solo i cartelli familiari che ci mostrano l’avvicinarsi della capitale Budapest, col ricordo di un viaggio stupendo (in auto da sola) esattamente undici anni fa quando andai a trovare una coppia di cari amici che all’epoca lavorava proprio a Budapest. Che bellissima esperienza (anche se non ho scritto ancora nulla), e che bello essere di nuovo qui…
Da Budapest ricomincia lo zig zag fuori e dentro dalla bella autostrada mentre le strade statali non sono belle e sono molto trafficate. Gli autisti guidano benissimo per fortuna, siamo in ottime mani. Da Venezia a Budapest, la prima metà del percorso, sono 800 chilometri, poi inizia la seconda metà, per altri 800 chilometri siamo su strada normale e la nostra velocità si dimezza. Dodici ore in Romania, l’attraversiamo tutta entrando all’una di notte nell’unico passaggio di frontiera dove dobbiamo esibire i documenti. Mi sono sempre piaciuti i passaggi di frontiera ma per chi ci lavora, per chi li subisce non dev’essere divertente. Cambiamo la valuta, il lei, al primo posto disponibile, facciamo benzina poi via. Ho preso una lattina di birra e l’ho pagata meno di un euro, la bevo nel mezzo di questa lunga notte per buttar giù la mia cena, crackers e mortadella.
Attraversiamo Oradea e Cluj Napoca, per il resto il Paese è un susseguirsi di villaggi, casette, chiesette, cimiteri, campagne, colline e boschi di conifere che distinguo dall’alba mentre prima, finalmente, dormo. Sommando una – due ore di sonno per volta ho l’impressione di aver dormito tanto alla fine.

rom34
Alle sette facciamo colazione, io prendo zuppa e frittata. Sono brava perché mi limito a questi due ottimi piatti, gli altri vanno di cotoletta, patatine e birra, bevo il secondo e ultimo caffè e via, si riparte. Che bellissimo paesaggio, giuro che non farò paragoni con altri posti già visti anche se la tentazione è forte.

rom33

Maria chiama gli autisti per sapere quando deve venire a prendermi a Iasi, io sono la seconda passeggera che viene mollata poi il pulmino deposita gli altri a destinazione, ognuno a casa sua. Massimo rispetto per chi fa questo lavoro faticoso, di grande responsabilità, con gentilezza e professionalità.

rom12Maria è arrivata col nipote e il genero, mi consegnano uno stupendo mazzetto di fiori con un girasole al centro e intorno dei fiorellini colorati, che accoglienza! Chiacchieriamo vorticosamente (anche se è solo un mese e mezzo che non ci vediamo) e ci aggiorniamo presto facendo l’appello delle rispettive famiglie. A casa trovo le persone di cui ha tanto parlato, abitano in un posto bellissimo, un luogo di pace in mezzo alla campagna. C’è il pozzo per l’acqua, la stufa a legna e una terrazza coperta attrezzata per mangiare fuori d’estate. Tavolino e poltrone, dondolo, giochi per i bambini (pochi ma essenziali). La cantina scavata sotto terra conserva egregiamente alimenti e bevande, anche con la porta aperta è freschissima al suo interno. Peccato per le tre piccole botti vuote, che chissà che buon vino tenevano a suo tempo. Forse fotograferò qualcosa, per ora mi godo la compagnia ottima e il luogo magico dove passerò una settimana di relax all’aria buona.

Sistemo le mie cose poi mangiamo in giardino. Ogni pasto inizia con un brindisi: la grappa fatta in casa è ottima e salutare. Anche il vino bianco leggero fatto da loro va giù che è un piacere. Dovrei imparare qualche ricetta locale in questi giorni. Maria è una maestra in cucina sia quando svela le tradizioni di un tempo sia nel provare cose nuove. Lo scorso inverno mi disse di posare sulla pancia dolorante delle foglie di cavolo lesso, non l’ho ancora testato ma credo funzioni…
Poi riposiamo (io dormo proprio), nel tardo pomeriggio mi svegliano per andare in un vicino campo da calcio dove c’è la festa del paese per l’Assunzione. La mia concezione liquida dei Balcani li faceva finire grosso modo in Ungheria, pensavo che dalla Romania iniziasse un mondo diverso e magari è così, eppure per un’ora alla festa del paese vedo quei Balcani belli e un po’ cinematografici come ci hanno mostrato nei film con canti, balli, sorrisi e strette di mano.

Di chi è sempre rimasto qui, di chi va e viene per studio e lavoro e spera un giorno di tornare a casa definitivamente. Ma soprattutto mi sento dentro i Balcani con la loro meravigliosa musica, suonata da un gruppo che solo guardarli è uno spettacolo, la gente balla e poi, dopo ogni brano, si ritira timidamente senza applausi. C’è molta parsimonia anche nelle manifestazioni di gioia.

Arriva anche il sindaco a un certo punto, una donna che ha sposato un prete ortodosso, olé meno male qui si fanno queste cose che trovano tutto il mio favore. Alcune persone sono arrivate qui in auto, altri con i carri trainati da cavalli. Credo di averli fotografati proprio tutti.

Prima di scendere dietro una collina il sole ci regala i suoi colori migliori poi torniamo a casa, pappa chiacchiere e nanna. Niente male quest’inizio di Badantur!

 

Pubblicato in Myself, Travelling, Viaggi - Italia / Europa | Contrassegnato , , , , | 5 commenti

SARAJEVO LUOGO D’INCONTRO DI CULTURE DIVERSE

La canzone da ascoltare oggi è Miss Sarajevo – U2, dall’album Original Soundtracks (1995).

Non ho mai amato Bono e i suoi colleghi, negli anni Ottanta quando già macinavano successi li evitavo, come altri gruppi che trovavo troppo ruvidi per le mie orecchie. Non ho mai cambiato idea, li stimo come “poeti che cantano” con impegno e valore simbolico, di denuncia. Forse è normale dato che, come i già citati Cranberries, vengono dall’Irlanda. Eppure ho cercato gli U2 prima di partire, volevo avere con me il disco per sentire quella canzone in viaggio. L’ascolterò al mio arrivo a Sarajevo e poi per sempre la collegherò alla città, pensavo. Ho chiesto in giro ad amici che potessero avere qualche CD da prestarmi, non avendo Ipod, ma non ho trovato nulla. Son partita senza Original Soundtracks, non mi crederete eppure nell’avvicinarmi alla meta la radio ha trasmesso almeno 2-3 canzoni degli U2, in una specie di rincorsa dove mi aspettavo prima o poi di riconoscerne le note. Invece no, la sospirata Miss Sarajevo non è arrivata… però io ora ascolto con maggior interesse le loro canzoni, forse ho fatto pace con Bono e la sua “musica ruvida”.

Pace è una bella parola che pronunciamo sempre meno ma di cui c’è sempre più bisogno. A Sarajevo la pace “si legge” in centro città come speranza e monito: Sarajevo meeting of cultures, un titolo tanto facile per questo post quanto difficile da mettere in pratica. Ovunque nel mondo.

Ho già scritto quant’è bello l’ostello Franz Ferdinand dove siamo ospiti a Sarajevo, grazie a Hostelsclub?

20160422_232536

Intitolato a Francesco Ferdinando Arciduca d’Austria e alla moglie Sissi, Franz Ferdinand è un boutique hostel di città, ed è una soluzione perfetta… una volta imparata la strada vicino alla Cattedrale o memorizzata la sua collocazione. Noi siamo nella stanza – suite intitolata a Franz e Sofia, piena di loro immagini alle pareti e al soffitto, grande e ben arredata. Lo staff multilingue è professionale, simpatico e preparato, anche lo stagista appena arruolato si dà da fare e ci porta la birra per ristorarci, dopo il lungo viaggio e la faticosa ricerca della viuzza dove si trova l’ostello. Se devo fare un appunto all’ostello penso che andrebbe ricavato un piccolo bagno, almeno in alcune stanze, invece di mandare tutti gli ospiti nei bagni comuni. Ci vorrebbe anche qualche cura in più nella zona colazione che sta in uno spazio risicato con poche cose da scegliere. Trovandosi già in 3 – 4 persone ai fornelli o a lavare i piatti non ci si muove più. E comunque non sarà mai la colazione a buffet che danno in hotel, non arriveremo a sera con quello che abbiamo mangiato qui (ehm).

Al Franz Ferdinand Boutique Hostel sono molto attivi: soggiornando nella capitale della Bosnia più a lungo di noi (e ci vuole poco…) potrete alternare le visite alle attività “sportive”: noleggiare una bici per esempio, o come abbiamo fatto noi unirvi alla visita guidata gratuita che in un’ora abbondante, al mattino e al pomeriggio, vi mostra i principali aspetti storici e culturali della città. Ci porta in giro Alina, una ragazza carinissima di cui però parlerò alla fine del post altrimenti mi parte la vena nostalgica…

Prima del city tour io e Simo passeggiamo nel centro storico, assaggiando questa splendida città in superficie, le facciamo il solletico come abbiamo fatto in tutti i giorni della nostra esplorazione dei Balcani e prendiamo spunto per la prossima venuta in un tempo più consono, almeno due giorni direi, per godercela giorno e notte.

Quanto mi è difficile scrivere, sono confusa tra immagini e ricordi così toccanti che faccio fatica ad esprimere a parole. Guardando la cartina percorriamo un rettangolo lungo e stretto delimitato tra un viale e il fiume Miljacka ornato da alberi, parchi e giardini che punteggiano di verde lo skyline della capitale. Più lontano altri palazzi dominano la città dall’alto di dolci colline, mentre noi siamo in un’area pianeggiante dove convivono edifici vecchi e nuovi, moschee bellissime, la sinagoga, chiese ortodosse. Tanto è stato ricostruito e quel che oggi si erge fulgido verso il cielo, vent’anni fa facilmente era un cumulo di macerie fumanti sotto le quali sono stati seppelliti secoli di storia, cultura e vita. Convivere oggi è possibile e se lo auspicano in molti, all’incontro di culture non si sfugge ma a Sarajevo non si sfugge nemmeno ai ricordi delle guerre – scrivo sempre al plurale – che da oltre 100 anni sono nate o passate da qui.

Ricostruire la Biblioteca nazionale è servito sicuramente per ricominciare a vivere e guardare avanti ma è anche bene guardarsi intorno, parlare alla gente, farsi domande. In un rimando continuo, doloroso ma necessario, tra passato e futuro. Segnare con 150 macchie rosse il pavimento dei viali e chiamarle rose, il nome del fiore forse più bello ed evocativo, è stata una bella provocazione: tutto aiuta la memoria del sangue versato.

Una targa ricorda il luogo della sparatoria che nel 1914 diede il via, anzi fu la scusa per iniziare il primo conflitto mondiale, con le figure simboliche dell’arciduca e signora, i già citati Franz Ferdinand e Sofia, vittime dell’attentato e Gavrilo Princip esecutore materiale. Dall’altra parte della strada una giovane coppia è impegnata nello shooting fotografico che precede il loro matrimonio, mi infilo in mezzo a loro per immortalarmi in un selfie quasi molesto, che non gradiscono né la sposa né il fotografo.

I miei palazzi preferiti guardano il fiume da vicino, sono la Posta, l’Accademia dell’arte e il Teatro Nazionale. Qui si respira aria fresca e ci arriva anche una ventata di modernità, apprezzata soprattutto dai giovani. Due ponti si fronteggiano, uno nuovissimo tutto vetro e cemento, e il gioiellino di metallo progettato da Gustave Eiffel.

La moschea di Ali Pasha ci guarda con la sua inconfondibile sagoma e l’architettura di cinquecento anni, un giardino fiorito splendido e le tombe antiche. Questo è un vero luogo di pace al di là del suo valore religioso, come dovrebbe essere ogni luogo di culto. Gazi Husrev Beg è l’altra moschea più importante a Sarajevo, e non mancano sinagoghe attive. La comunità ebraica si è sviluppata a Sarajevo soprattutto alla fine del Quattrocento, con la cacciata dalla Spagna che portò alcuni ebrei a convertirsi, traditori, “marrani”; altri a fuggire. Chi a ovest verso una nuova terra promessa, l’America che tuttora ha delle comunità fortissime seppure diversissime da allora, potrei farne un elenco infinito magari in un altro post. Chi a est, gli ebrei sefarditi che hanno trovato qui un luogo dove insediarsi e prosperare… fino alla Seconda guerra mondiale dove furono deportati e sterminati a migliaia. Ecco perché parlo al plurale, perché tutte le guerre recenti sono passate da qui.

Nella Cattedrale non entriamo, peccato perché sono sicura che mi piacerebbe ed è proprio accanto all’ostello! Adoro queste commistioni tra varie forme di spiritualità. Il punto d’incontro tra culture diverse è l’anima di Sarajevo, da cercare infine nel bazar di Baskarsija dove finalmente possiamo rilassarci e mescolarci alla folla. Qui finisce il nostro assaggio, mezza giornata nella capitale bosniaca, può essere solo un discorso sospeso. In attesa di…

Ora però parlo del nostro angelo custode…

Alina la guida ha quasi 30 anni: alta, bellissima, praticamente un’indossatrice. Ha studiato storia e lingue ma per arrotondare porta in giro gli ospiti dell’ostello. Parla inglese francese e… italiano, anzi ci tiene a chiederci qualcosa che aiuti anche lei a capire le parole della guerra.

Cecchini. Fosse comuni. Genocidio. Pulizia etnica. Noi stesse ci chiediamo cosa vogliano dire ed è lei a declinarle mentre ci racconta la storia della città e le storie della sua famiglia, che non è originaria della Bosnia. All’inizio della guerra hanno dovuto scappare con tutte le loro cose chiuse in una borsa da tenere in mano, sperando di arrivare in un luogo sicuro senza sapere dove andare e se – dove – quando l’avrebbero trovato. Loro si sono salvati, altri no, perdendo la vita o soffrendo infinite violenze, tra sacrifici e umiliazioni indicibili. Quello che ci racconta oggi ne è la radice quadrata, molti non hanno voglia di parlarne. Quello che rimane è un’esperienza che non è servita a nulla perché tanti altri Paesi sono in guerra, le persone subiscono le scelte di governanti, i loro e i nostri governanti, e in guerra si ripetono gli stessi fatti orrendi del passato. Noi occidentali spesso ci giriamo dall’altra parte per non vedere cosa succede, nonostante siamo in parte la causa delle guerre o ci guadagniamo vendendo le armi, comprando il petrolio, rendendo poveri paesi che sarebbero ricchi con le proprie risorse. Amina è musulmana ma non si direbbe da com’è vestita… la sua appartenenza a un gruppo etnico “sfortunato” è una delle cause che l’hanno costretta a fuggire, straniera in casa come ci ha raccontato, peggio dei siriani che oggi vediamo in TV anche se lei spesso li nomina per confrontare queste due guerre assurde, vicine nel tempo e nello spazio. Che Europa è questa mi chiedo? Europa dovrebbe essere la nostra casa e dovrebbe includere la Bosnia e il resto della ex Jugoslavia, ma i politici che governano il vecchio (e sempre più vecchio) continente hanno deciso chi è dentro e chi è fuori. Con le conseguenze che si vedono ancora sulla pelle della gente: le donne mie coetanee per esempio ci raccontano che oggi non possono più fare figli e durante la guerra molte furono violate e videro morire i loro bambini davanti ai propri occhi. Terribile.

Alcuni link utili:

http://www.visit-sarajevo.com/en/page.php?id=79

http://smoc.ba/en/

http://sarajevo.travel/en/things-to-do/sarajevo-meeting-of-cultures/463

http://www.viaggiareibalcani.it/blob.php?id=23

Ti è piaciuto questo post su Explorebalkans? Allora leggi anche gli altri, li trovi qui:

https://gamberettarossa.wordpress.com/reportag/italia-europa/explorebalkans-cinque-paesi-in-cinque-giorni-in-uneuropa-dimenticata-ma-stupenda/

Pubblicato in Travelling, Uncategorized, Viaggi - Italia / Europa | Lascia un commento

LA CITTA’ E LA SUA GUIDA: A VENEZIA CON BARBARA TASCA

Questo post è un poco speciale perché non capita tutti i giorni di “essere presi per mano” come scrivo io da una guida turistica nella propria città, o nell’area dove viviamo. Ho avuto questa fortuna e oggi la voglio condividere con voi. Due mesi fa ho avuto il piacere di conoscere Barbara Tasca, guida turistica che opera a Venezia con la quale ho condiviso un paio d’ore in giro in centro storico, con una trentina di americani amici di amici.

Se dovessi descriverla in sintesi direi che è simpaticissima e… un po’ pazzerella come me e come lei stessa ha scritto. Americani con diverse esigenze, davvero difficili da accontentare come se ognuno ragionasse per sé, come singolo non come gruppo. Non aggiungo altro.

20160614_152509 20160614_153132

Ce l’abbiamo fatta, onore al merito, Barbara è stata bravissima, perciò le ho sottoposto dieci domande, come faccio di consueto con le guide che incontro sul mio cammino. Se volete trovate altre interviste alle guide in una sezione dedicata del blog. Spero di costruire una mappa completa dell’Italia con i racconti di queste persone meravigliose, veri angeli custodi dei propri ospiti, che fanno di ogni visita seppur breve un’esperienza indimenticabile. Se volete conoscere Venezia fuori dai soliti schemi contattatela, ne resterete soddisfatti. Grazie mille a Barbara, buona lettura a voi e alla prossima!

20160614_164021

1 Da dove vengono gli ospiti in visita alla vs città? Sono più italiani o stranieri?

La maggior parte degli ospiti è sicuramente di provenienza straniera. Il fine settimana registra comunque il riversarsi in città anche di chi abita in terraferma, specialmente per la classica gita domenicale, quindi famiglie con bambini, gruppi di amici e così via.

2 Sono più facili da gestire gli ospiti informati? O è meglio prendere per mano persone che arrivano e sanno poco del luogo in cui si trovano?

Sono due differenti tipologie di clienti, ma con entrambi l’importante, credo, sia riuscire a coinvolgerli ed interessarli. Chi già conosce la città o ha già letto dei libri sull’argomento, ti pone di fronte alla stimolante sfida di guidarlo alla scoperta di luoghi che non ha ancora esplorato o di fargli conoscere aspetti di Venezia che non ha ancora conosciuto. A chi invece si trova in città per la prima volta, ritengo sia fondamentale trasmettere tutto il bagaglio possibile per godere appieno della sua bellezza, infondendogli nel contempo il desiderio di ritornare in futuro per colmare altre curiosità, altri interessi …

3 Ci sono due – tre aneddoti successi durante una visita che avete voglia di raccontare?

Mi piace ricordare in particolare, quello di una famiglia austriaca, i cui bambini mi hanno proprio accolto come una loro zia un po’ pazzerella per tutta la durata del tour; di un gruppo di avvocati tedeschi con cui ci siamo divertiti, tra le tante cose, anche a caccia di fantasmi e leggende curiose, di un piccolo peluche regalatomi da un gruppo di ospiti australiani, che è diventato un mio porta fortuna… altri aneddoti preferisco serbarli per me… diciamo… ”segreto professionale”….

4 E un’esperienza invece da dimenticare?

Finora, devo dire, non ho ricordi di esperienze proprio da dimenticare, anche perché ritengo, che anche le esperienze non del tutto positive siano sempre utili per crescere e migliorare, come in tutti i lavori del resto e in tante situazioni della vita quotidiana.

5 Quali sono le domande o gli atteggiamenti degli ospiti in visita che possono “mettere in crisi” o imbarazzare una guida, anche con esperienza?

Mi imbarazza solo la maleducazione e il non rispetto della città e delle persone. Inoltre può essere un elemento di fastidio per i gruppi, se uno dei componenti non rispetta orari, appuntamenti, mettendo in crisi il buon svolgimento dell’intero tour.

20160614_153436

6 Esistono o avete verificato alcuni stereotipi sulle caratteristiche dei turisti a seconda della loro provenienza?

Personalmente non mi piace generalizzare, per questo non ritengo corretto usare stereotipi con nessuno. Ogni cliente e ogni gruppo rappresentano una storia a sé.

7 Come si conciliano gli aspetti tecnici di una città e quelli più leggeri? (shopping, pranzi ecc.) Se un ospite ha fretta di vedere tutto in poco tempo e poi infilarsi in un negozio lo assecondate o cercate di trattenerlo?

L’obiettivo principale che mi pongo prima di ogni tour è ovviamente che il cliente alla fine sia soddisfatto del mio lavoro, se possibile pienamente soddisfatto, per questo motivo cerco di stabilire prima a tavolino con lui ciò che si può fare, con la tempistica di cui dispone, dettagli vari, cercando di calcolare, per quanto sia possibile, eventuali imprevisti, ecc.

8 Cosa fa di un ospite una persona speciale, di quelle che a fine servizio vi fa voglia di starci insieme più tempo?

Sicuramente la simpatia ed empatia che si innesca tra la guida ed il cliente che diventa così “speciale”, un’alchimia fatta di condivisione, ascolto, comprensione immediata e divertimento per entrambi, anche nel parlare di cose impegnative … in buona sostanza il piacere di trascorrere del tempo insieme, ovviamente sempre mantenendo distinti i due ruoli, quello di guida da un lato e quello dell’ospite/cliente dall’altra.

20160614_154602

9 Si può diventare amici degli ospiti in visita? Può succedere di mantenersi in contatto anche dopo?

Certamente può succedere, mi è successo e spero che in futuro accada di nuovo. E’ sempre molto bello se, anche a distanza di tempo, un cliente si ricorda di te, magari ti invita a visitare la sua città, ti scrive e gli scrivi per le feste più importanti dell’anno o anche per un semplice “Come va? Tutto bene?”

10 Consigliereste a un giovane di studiare per diventare guida turistica? SI – NO – Perché?

Nonostante la situazione legislativa particolarmente complessa che sta vivendo la nostra professione in questi tempi e poiché amo il mio lavoro, lo consiglierei specie ai giovani appassionati di arte, lingue straniere e innamorati della città in cui esercitare il mestiere di guida. Ci tengo, però, a sottolineare quanto sia importante studiare sempre, non fermarsi mai nell’approfondimento e nella cura del dettaglio e comprendere che il conseguimento dell’abilitazione a svolgere questa professione comporta un grosso impegno, superamento di vari esami e non pochi ostacoli, almeno questa è stata la mia personale esperienza.

Barbara Tasca

http://www.thinkvenice.com

BestVeniceGuides

Ti è piaciuto questo post su Venezia? Allora leggi anche gli altri, li trovi qui:

https://gamberettarossa.wordpress.com/myselfsudime/bentornata-a-nordest/

Pubblicato in Venezia | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Da Sayun al deserto di Shabwa, le rovine di Marib e rientro a Sanaa. Gio 28 e Ven 29 set 2006

Pure questa giornata inizia all’alba, visto che dobbiamo percorrere oltre 600 km per attraversare tutto il Paese sino alla capitale, passando per la famigerata Marib affascinante ma “molto pericolosa” quindi con molti tratti dov’è necessaria la scorta. Partiamo alle 6,30 e salutiamo il verde fertilissimo Wadi Hadramaut, incrociamo le donne velate con il capo coperto da altissimi cappelli di paglia, e a velocità sostenuta giungiamo al governatorato di Shabwa con il deserto da dove normalmente i gruppi sono prelevati dai beduini, ma per andare poco oltre a dormire in un postaccio! Noi facciamo solamente le foto di rito alle belle dune e proseguiamo fino alla zona di Marib, decisamente affascinante e carica di storia ma purtroppo mal conservata e poco valorizzata. Visitiamo i cinque siti del giro classico: la diga vecchia, la diga nuova, il vecchio insediamento di Marib, i templi del sole e della luna.

yemen-016 Img1151 Ma'rib

Seguono impressionanti pozzi petroliferi e una piana senza fine che però, dopo circa 200 km, si risolleva nelle alte montagne che ci riportano al paesaggio da cui eravamo partiti dieci giorni prima. Mangiamo frutta a bordo strada, ripartiamo e prima delle 17 siamo di ritorno in hotel. Salutiamo a malincuore i nostri tre angeli custodi, gli autisti, convinti di non vederli più (!!!) e diamo loro la mancia. Ci sistemiamo nelle stesse stanze che avevamo all’inizio del viaggio e, per l’ultima cena, andiamo a mangiare pesce: gamberoni fritti, contorno di zuppa riso e verdure.

Img1148 Ma'rib Img1203 Wadi Dahar

L’ultimo giorno del viaggio Yemen Nord Sud andiamo nei dintorni di Sanaa, nei villaggi che guardano la capitale dall’alto e ce la mostrano ancor più grande e bella. Beit Baws è la “città del bacio”, con un bell’insediamento medievale completo di moschea e sinagoga, incassato in una valle dove scorre un fiume bloccato da una diga antica, e Wadi Dahar è un altro wadi con viste assai scenografiche, ma più famoso per la casa sulla roccia (ce n’è una simile, e più antica, ad Al Mukalla) che ha solo 70 anni ma è diventata una casa museo concepita e arredata con cura e gusto, con la suddivisione degli spazi e tutte le caratteristiche delle case yemenite tradizionali. Dopo un bel tè caldo all’ombra di un’elegante tchaikana alle 13 torniamo a Sanaa; qui possiamo dare un ultimo sguardo alla spettacolare magica capitale dello Yemen, lasciandoci guidare dai sensi alla scoperta di angoli già visti o di nuovi scorci, ognuno dove vuole, abbracciati dai dolcissimi abitanti che a ogni età ci salutano e chiedono da dove veniamo, che facciamo ecc. Avevo già fatto un rullino di foto al nostro arrivo, ora ne faccio di più. La sera mangiamo pollo fritto in un ristorantino anonimo e semplice vicino all’hotel, poi sbrigo le ultime formalità con il corrispondente. Poco dopo le 21, stracarichi e stanchi, con il pulmino andiamo in aeroporto. Maher e Ali vengono con noi e qui davvero li salutiamo, facciamo un lungo check in con molti controlli, il volo parte quasi puntuale. All’alba del 30 settembre atterriamo a Fiumicino, l’aeroporto è ancora deserto, alla coincidenza con i voli per Milano e Venezia ci salutiamo e ci separiamo. Tutto è bene quel che finisce bene, è stato un viaggio intenso ma altrettanto intense sono le emozioni che spero ci porteremo dentro a lungo. Ancora una volta shukran – grazie – ai miei compagni di viaggio, spero di incontrarli ancora per le strade del mondo, come sempre, Inshallah.

Ti è piaciuto questo post sullo Yemen? Allora leggi anche gli altri, li trovi qui:

https://gamberettarossa.wordpress.com/reportag/medio-oriente/con-il-pollice-bagnato-nellinchiostro/

Pubblicato in Travelling, Viaggi - Medio Oriente | Contrassegnato , , | 2 commenti